Dopo sole 24 ore di treno arriviamo finalmente a Xi’An. Non ci possiamo lamentare, siamo riusciti anche un po’ a dormire, nonostante i numerosi cellulari di ultima generazione che ci hanno accompagnato per tutto il viaggio con la terribile e sdolcinata musica pop cinese.
Oltre i vecchi compagni di viaggio, Arturo e Maximus, in questo giro si unisce anche Xi yang yang (leggi: Sci ia ia) il personaggio più amato qui in Cina, un pecorella sempre felice a causa da una forte dipendenza da psicofarmaci ed anfetamine.
Portarlo appeso sul mio zaino ci ha fatto guadagnare ammirazione e rispetto da tutti i cinesi che incrociavamo.
Come previsto, è stato quasi impossibile trovare ospitalità dai Couchsurfer in questo periodo in cui tutti sono a casa dei genitori, ma a Xi’an, abbiamo una risorsa in più.
Maria, la mia collega di università, essendo cristiana ed originaria della vecchia capitale, ci indirizza verso un suo amico parroco di una chiesa proprio in centro.
Qui ci accoglie Antonio, un simpatico prete cinese, che parla un ottimo italiano, ma anche inglese ed un po’ di tedesco. Ha passato 10 anni a studiare teologia ed a prendere i voti in Italia, ed ora dirige questa parrocchia nel centro dell’antica capitale cinese.
Con ospitalità cinese unita alla cordialità italiana Antonio ci ospita nei locali della chiesa, da dove possiamo andare a visitare tutta la città.
La chiesa in realtà è molto semplice, in puro stile cinese, un edificio con la facciata ricoperta da mattonelle bianche.
Per curiosità ci imbuchiamo nella messa della sera, dove uno zelante aiutante ci passa il libro dei canti indicando più volte sulla pagina il punto esatto in cui i fedeli stanno cantando per permetterci di seguire ed accompagnare il coro. Non è stato possibile contraddirlo, così abbiamo provato a biascicare dei monosillabi intonati, fingendo interesse per gli incomprensibili geroglifici sul libro.
Alle nostre spalle un meraviglioso crocifisso circondato da un tubo a LED intermittenti, rappresenta la perfetta fusione tra la cultura cristiana e lo stile cinese.
L’antica capitale di Xi’An a prima vista si presenta interessante. Anche se poco è rimasto delle originali mura, queste sono state ricostruite, per la gioia dei turisti paganti.
La popolazione è prettamente semplice e contadina, ma abbastanza pulita per gli standard cinesi, e sempre cordialissima con noi stranieri.
La struttura urbanistica del centro della città conserva la sua impronta imperiale, con le strade principali che tagliano il rettangolo di cinta, da Nord a Sud, da Est ad Ovest.
Più o meno al centro del rettangolo della città vi è il palazzo delle campane, e poco lontanto, quello dei tamburi.
Da qui partono stradine di mercatini e bancarelle che si snodano all’interno del quartiere musulmano. Un a tavolozza di colori, profumi e sapori ancora più esotici della stessa Cina.
Tra i vari locali ci abbuffiamo di zuppe, spaghetti cinesi e birra non proprio all’altezza delle aspettative di Antje, abituata agli standard bavaresi.
Perdendoci per un paio di serate tra i vicoli riusciamo finalmente ad arrivare alla grande moschea verso sera, proprio quando la luce sta per scomparire, e possiamo ammirare se non i colori ed i dettagli, almeno i contorni di questo strano edificio che sembra più cinese che musulmano.
Dalle mura della città non si ha una gran visuale, visto che il cielo, come nella maggior parte della Cina è sempre pieno di una miscela di carbone, fumi e nebbia.
Poi arriva il giorno della visita obbligata ai famosi guerrieri di terracotta. Che dire? Belli si, ma.. giusto per fare le foto!!
Insomma, per farla breve Qin Shi Huang, il primo imperatore che si fregiò di questo titolo dopo aver riunito tutta la cina sotto un unico cielo è sempre stato fissato con le manie di grandezza. Infatti fin da piccolo, invece che giocare ai soldatini sognava di farseli costruire a grandezza naturale per accompagnarlo nella sua tomba.
Siccome era un gran figo, aveva deciso di diventare immortale così le provò un po’ tutte. Andò alla ricerca della leggendaria terra degli immortali Penlai, provò tutte le erbe e medicine varie, si affidò persino a Vanna Marchi, ma niente da fare. Infine un suo medico di fiducia gli confezionò le pillole dell’immortalità, risultato garantito.
Ma come tutte le medicine che si rispettino, tra le controindicazioni c’era anche lo stesso sintomo che si voleva curare. E così, non leggendo il foglio illustrativo che recitava “puo’ causare morte“, ingurgitò per un po’ di tempo pillole al mercurio e mix di erbe che nel giro di pochi mesi lo hanno avvelenato regalandogli la vita eterna.
Essendo previdente però, non si muoveva mai senza un piano B. In caso di morte, si era fatto costruire anche il suo mausoleo coi soldatini di terracotta che sognava da bambino e quindi, in un certo modo è diventato immortale. Almeno ci ricordiamo di lui.
Quello che non ti ammazza ti rende più forte.
Un altra visita interessante è la big wild goose pagoda, un tempio buddista costruito per custodire i manoscritti che il monaco Xuanzang (di cui ho già parlato) portò dall’ India.
Molto simpatico lo spettacolo della fontana musicale di fronte alla pagoda. Se fosse stata estate mi ci sarei fatto il bagno.
Una sera Antonio ci porta a mangiare fuori e ne approfittiamo per parlare un po’. Avendo da poco ottenuto la responsabilità della parrocchia è molto impegnato, ma trova il tempo di accompagnarmi a comprare i biglietti per la prossima tappa. Come previsto, la situazione è pessima, tutti i treni sono pieni, l’unica opzione è prendere il biglietto senza possibilità di posto a sedere, ammassati come sardine.
E’ una questione vitale per i cinesi essere dai propri genitori il giorno del capodanno, perché ci si deve inchinare. Questa tradizione sembra molto commovente e rivela la profonda saggezza della cultura cinese, se non fosse che poi Antonio mi dice che all’inchino, sempre per tradizione, segue una cospicua mancia da parte dei genitori. L’amore filiale è grande, ma non si sa mai!
Il rispetto per i genitori nella cultura cinese è così importante che il carattere usato per la parola “insegnare” è l’unione dei caratteri “mostrare” e “amore filiale”. Antonio ci spiega così la bellezza che c’è nello scoprire il significato di ogni singolo carattere cinese, la sua storia e le sue combinazioni.
Poi ci spiega della integrazione della chiesa cristiana in Cina.
Il popolo cinese è refrattario ai cambiamenti, ha una cultura così radicata, da millenni, che è quasi impossibile cercare di cambiarne il loro modo di pensare.
Mao ci ha provato, ma ha dovuto usare la forza delle guardie rosse nella rivoluzione culturale. Ed ora, anche se hanno distrutto quasi tutto ciò che rappresentava la loro cultura nei monumenti e nelle opere d’arte, l’orgoglio millenario, senza più vergogna di essere “controrivoluzionario” riaffiora negli animi dei cinesi. Anzi è una nuova arma del nazionalismo.
Lo sanno bene tutti gli Asia area sales manager occidentali, che per fare affari bisogna adattarsi coi cinesi, stare alle loro regole e seguire i loro protocolli.
Fa l’esempio dei musulmani cinesi i quali, radicati da un millennio sul territorio, hanno fuso cultura cinese e il culto di Maometto. E la moschea di Xi’an ne è un esempio, con la sua architettura più orientale che mediorientale (ho qualche dubbio sullo Xinjiang, dove recentemente ic sono stati scontri ).
Il Cristianesimo, ci dice Antonio, invece non si è mai voluto adattare. Ma non è troppo esplicito.
Non sono sicuro di capire a cosa si riferisca, forse al fatto che il Vaticano vuole mantenere il controllo della Chiesa Cattolica in Cina mentre il governo cinese, come per tutte le altre religioni ed ogni altro sistema di controllo delle masse, preferisce gestirne i centri di potere, per esempio con la nomina dei vescovi.
Poi arriva il giorno della partenza verso Sud. Nella speranza di un raggiungere un po’ di tepore e di cieli chiari.
Destinazione Zhangjiajie.
Quando Antje mi chiede perchè andiamo lì io ci penso su, ma non riesco a ricordarne il motivo. Me lo sono segnato, ed è di strada, verso Sud, ma proprio non riesco a ricordare perchè volessi andare proprio lì. Mi è sufficiente vedere che non è uno degli highlights della Lonely Planet per sentirmi tranquillo.
Ma questo è il bello dell’avventura, no? Anche se si tratta di farsi 16 ore di treno senza un posto a sedere….
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