Aug 092009
La serata è calda e umida, anche se soffia un venticello fresco. In meno di un’ora sono davanti al mio treno, la mia casa per i prossimi tre giorni.
Anche se manca un’ora alla partenza, la gente è già in fila davanti alle propria carrozza dove il responsabile controlla la validità del biglietto e del passaporto all’ingresso.
La mia capocarrozza, la provodnitsa, è una signora esile e dal viso simpatico. Fa battute e sorride con tutti, lo fa anche anche con me che sorrido educatamente senza capire nulla.
Trovo il mio posto il 27, che come ho già detto essendo dispari si trova in basso.
Mi sembra il migliore per passarci 3 giorni.
Provo di spiegare i tipi di letto che ci sono nel Platskart.
La carrozza Platskart ha lungo il corridoio da un lato i letti disposti di traverso, perpendicolari al corridoio. Questi sono a due a due l’uno di fronte all’altro, su due piani. Quindi 4 letti. I due in basso fungono anche da sedili durante la giornata dove ci si siedono anche quelli che dormono in alto.
Dall’altro lato del corridoio ci sono due letti, uno in basso ed uno in alto disposti paralleli al corridoio. questi forse sono i più scomodi poichè di notte ti passano accanto tutti.
Insomma, anche se durante il giorno devo dividere il mio letto con gli altri, alla fine lo trovo il più comodo, ed inoltre ha un utile scomparto proprio sotto il letto che si alza come un baule e lo rende quindi sicuro di notte.
Sopra di me si sono già sistemati due giovani russi (che poi scoprirò essere ucraini ) mentre il loro padre e forse lo zio sono nello scomparto successivo.
Di fronte al mio letto, poco dopo arriva un ragazzo con un borsone enorme che non entra nello scomparto sotto il suo letto, così lo aiuto a sollevarlo nel ripiano in alto.
Il ragazzo ha i lineamenti orientali, ma parla russo, e solo quello.
E’ già la seconda volta che mi capita di vedere qualcuno che ha lineamenti orientali, mongoli forse, non proprio cinesi, ma che in realtà si dice russo al 100%. Non volendo offendere non chiedo, per il momento.
Sistemo la mia roba e preparo il mio letto.
La dotazione di biancheria in Platskart consiste in un materasso sottile, un cuscino, una federa per il materasso, una per il cuscino e un lenzuolo, una coperta di lana ed un piccolo asciugamano.
Ricordando quello che è successo ad Alper cercherò di custodirli gelosamente.
Una volta sistemato il tutto mi siedo ed aspetto gli altri che si sistemano.
Vedo che ad alcuni viene servito il thè nel bicchiere ufficiale delle ferrovie russe, in vetro con portabicchiere argentato con i gloriosi fregi della ferrovia.
Chiedo quanto costa il thè, e capisco qualcosa come 5 Rubli, poi provo a chiedere se costa qualcosa solo l’acqua calda. Come mi aveva detto la previdente Mascha, una volta che ho il mio bicchiere e le mie bustine di thè, l’acqua calda è gratis.
Grazie a lei ho la mia tazza, un pacco di bustine Twinings rosso e una tavoletta di ciccolato russo (fondente ovviamente: che ragazza!) e la possibilità di farmi tutti i thè che voglio senza spendere una kopeca.
Un buon thè scuro qui in russia è il modo migliore per passare il tempo, anche se non hai nessuno con cui parlare, ma come dice Mascha per quello c’è la Vodka. In Russia “Vodka Connecting People”!
E’ una sensazione stupenda, lasciarsi andare, riposarsi per tre giorni senza far niente mentre la mente vaga.
Sono un uomo libero, lo sento mentre il treno parte in perfetto orario e mi porta lontano nello spazio e nel tempo.
Quando tutti sono sistemati mi stendo sul mio letto e, per la prima volta da quando sono partito accendo il mio lettore mp3.
Fin’ora non ho avuto il tempo e la voglia di usarlo. Volevo sentire, catturare ogni rumore, ogni suono straniero, restare vigile.
Ma ora sento che ci vuole la giusta musica per quello che sento un viaggio a più dimensioni e metto su “la locomotiva” di Guccini e la mente comincia a percorrere i binari mentre il treno mi culla dolcemente.
Guccini mi fa pensare a Daniele, Teresa e Sergio, amici e colleghi di Bologna e poi penso a tutti gli altri bolognesi doc o d’adozione che mi sono lasciato dietro, che ormai erano la mia famiglia. In nessun modo sono riuscito ad accontentarmi, a mettere radici, per quanto bene voglia alle persone, ho quella strana malattia di cui Chatwin parlava, che non ti permette di sentirti a casa da nessuna parte, e che ti fa soffrire quando rimani troppo tempo nello stesso posto.
Mi porto dietro di molti di loro, lo sguardo umido di chi mi dice: vorrei poter venire anche io, vorrei aver fatto delle scelte diverse; oppure solamente il sorriso sincero di chi mi scanzona: “ma dove cazzo vai?”
Poi arriva il turno di Rino Gaetano, ascolto Aida e penso alla ormai piccola Italia, una zolla di terra rispetto a tutto quello che sto per vedere, a tutto il mondo.
Mi sento un pò in colpa ad essere andato via mentre viene stuprata e fatta a pezzi dal peggio che la generazione dei nostri padri ha saputo produrre.
E la mia generazione è ancora stordita, confusa, sfiancata, dalla ricerca di un lavoro dignitoso, senza sapere nemmeno più perche lo stanno cercando, hanno solo bisogno di soldi, hanno perso ogni riferimento, come si trova la felicità?
La forza per arrabbiarsi, per ribellarsi e cambiare le cose, gli sono state risucchiate dalla precarità, da una vita a basso costo che gli permette di tirare avanti anche con due lire, grazie a discount, ikea e mutui centenari. La mente annebbiata dalle tette e culi di Lucignolo e dal giornalismo da mostra canine e gossip.
A metà di Aida mi sale un misto di nostalgia, di rabbia e di immensa felicità che non riesco a trattenere la lacrima che mi scorre di traverso lungo la tempia.
Ma tanto è buio, tutti dormono e nessuno mi vede mentre nella notte attraversiamo i confini della Russia europea, gli Urali.
27 Luglio. Primo giorno di transiberiana.
Apro gli occhi alle nove, anche se mi sono addormentato alle 3 di notte. L’orario è quello di Mosca, impossibile per ora trovare un altro punto di riferimento mentre il treno risale i meridiani e i fusi orari come un salmone la corrente.
Vado incontro al sole accorciando le mie giornate di una, due, fino alle cinque ore di differenza tra Irkutsk e Mosca.
Alle nove tutti o quasi dormono ancora. Io rimango in silenzio ad osservare il paesaggio interno di panze sbracciate, glabre montagne ronfanti, teste accovacciate tra le braccia, e piedi multicolori sporgenti.
Vado a riempire la mia tazza con l’acqua bollente che esce dal complicato alambicco vicino la cabina della provodnitsa, che nel frattempo è diventato uno giovane sbarbatello che veste la divisa delle ferrovie come un cantante hip hop. Larga rispetto al suo corpo smilzo e con la camicia fuori dai pantaloni. Si alterenanno a turni per tutto il viaggio.
Mi preparo così il primo dei numerosi thè della giornata. Nel frattempo la gente si sta pian piano svegliando, si stiracchia, va e viene dal bagno.
Squillano i primi cellulari con suonerie insulse a livelli più che molesti, ma nessuno se ne cura.
Intanto qualche cunicolo più in là sento una radio che suona un liscio tipicamente romagnolo.
I due fratellli ucraini, e il mongolo-russo mi invitano a giocare a carte, ma non conosco le regole e quindi faccio capire che magari cerco di impararle osservandoli.
Il gioco è una specie di briscola, di cui non ricordo nemmeno le regole, ma non mi sono chiare diverse cose, così dopo un pò, annoiato mi metto ad osservare il panorama fuori.
Qui nel Platskart, la terza classe, nel raggio di decine di metri nessuno sembra parlare una sola parola di inglese, anche quei pochi backpackers sono russi.
Dallo stesso altoparlante lontano sento un soprano cantare in russo il tema di “fischia il vento”.
Passo la prima giornata in totale distacco, non c’è possibilità o quasi di comunicazione.
Per la prima volta dall’inizio del mio viaggio mi sento veramente solo. Ma non è quella solitudine che sentivo prima quando non sapevo che fare della mia vita.
Non penso più a quello che vorrei fare perchè lo sto facendo ora. Sto vivendo quello che avevo sempre desiderato fare e quindi non ci sono più desideri ma solo emozioni.
Sento che potrei prenderci gusto. Ma prima devo trovare un modo per vivere coninuando a spostarmi. Una cosa per volta, ho appena iniziato.
La prima fermata della giornata è Kirov, scendo per sgranchirmi le gambe e capire come funzione l’aspetto che più mi interessa. Il cibo.
Avendo già letto a proposito, non è stata una sorpresa per me trovarmi un piccolo esercito di babuska (vecchiette) che vendevano i prodotti che ho imparato a conoscere in questi giorni di traversata siberiana.
Polli bolliti con patate incellofanati, cettrioli, pomodori, pesce affumicato o sotto sale, gelati e bibite di ogni tipo. Poi dei piccoli panzerotti ripieni di carne o di pesce e le chimiche paste liofilizzate cinesi, facili da preparare con l’acqua calda a disposizione sul treno.
Il mio primo giro è solo di perlustrazione. Ho già un pò di provviste per conto mio.
Risalgo sul treno dopo aver fatto qualche foto. Riprende la marcia e mi metto a leggere il mio libro sulla Mongolia di Zamboni, uno dei fondatori dei CCCP. Il libro di intitola “Mongolia in retromarcia”, e parla del viaggio di Zamboni e Ferretti in Mongolia con una troupe televisiva per non so quali servizi rai.
Il libro passa in rassegna molte delle cose classiche che probabilmente vedrò in Mongolia, forse le più turistiche. Ma devo dire il linguaggio, il modo di scrivere di zamboni, a volte sono di una disturbante pomposità che rende difficile la lettura, se non proprio noiosa. Maledetti artisti!
Un massiccio russo seduto di fronte a me dall’altra parte del corridoio mi fa cenno di avvicinarmi, mi fa accomodare di fronte a lui e porge sul tavolino una scacchiera portatile.
Io sorrido e annuisco, ormai si parla coi segni.
Anche se ricordo le regole, faccio praticamente pena, e comincio a perdere una dopo l’altra diverse partite. Intanto il sole batte proprio sul finestrino accanto a noi ed il caldo non aiuta certo la mia concentrazione che fa fatica ad elaborare una strategia, mentre attorno si è formato un piccolo pubblico. La gente è molto più curiosa di me. Io non riuscirei mai a guardare altri giocare a carte o a scacchi o persino ai videogames. E’ inconcepibile per me guardare un’altro giocare, una noia mortale. Per non parlare di guardare me giocare a scacchi!
Quando muovo un pezzo,di solito lui è pronto subito con la risposta, ma in qualche occasione sono riuscito a spiazzarlo, e lui borbottava qualcosa pensadoci su per un pò. Ma sempre alla fine, dopo non più di 5 minuti fa la sua mossa e mi spara in faccia il suo sorriso a 24 carati. Qui in Russia, praticamente tutti hanno almeno un dente d’oro, o dorato. E’ quasi un simbolo distintivo di status sociale.
Insomma si passa il pomeriggio e la sera arriva presto e tutti a nanna senza grandi avvenimenti.
Passo la notte sveglio a leggere e a guardare un pò di cose sul mi portatile, ormai mi sento abbastanza sicuro nel tirarlo fuori, e quindi dormo il mattino fino a tardi, o almeno fino a quando posso.
Vengo svegliato dalla aspirapolvere della provodnitsa, che due volte al giorno passa sui tappeti che ricoprono l’intero vagone, per rimuovere i residui di cibo.
Dopo Omsk entrano due poliziotti nel nostro vagone, mi passano accanto senza farci caso e vanno a rompere le scatole al padre dei due fratelli che dormono sopra di me. C’è il poliziotto cattivo, con l’enorme pancione, di cui vedo solo il profilo del didietro, pantaloni grigi, una sottile riga rossa verticale, e giacchetta celestina.
Quello buono è smilzo, non parla ma regge una cartellina. Il cattivo con tono calmo ma potente fa storie al povero sventurato che chiede nervosamente anche i documenti ai suoi figli. Tutti quelli che riesco ad osservare sono immobili, hanno smesso di giocare a carte, a dama, di ascoltare musica. Tutti hanno lo sguardo verso il basso. Io nascondo sotto il cuscino il mio piccolo pc per non apparire un turista da spennare e faccio finta di leggere un libro, ma resto ad osservare tutti.
Sente ripetere un paio di volte la parola “registrazione” da parte del poliziotto, che brutta parola! Qui scopro che il padre e due ragazzini sono ucraini. Comunque rimangono lì a fare storie per circa 15 minuti. L’unico che alza la voce è il poliziotto. Poi se ne vanno e tutti riprendono rilassati a fare quello che stavano facendo, come se avessere dovuto rispettare 15 minuti di silenzio in onore a qualche eroe caduto in quel tratto di Siberia.
L’atmosfera si rilassa al punto che si crea un gruppo di discussione attorno al malcapitato, probabilmente per inveire contro l’arroganza della “milizia”.
Io riprendo il mio laptop e comincio a scrivere quello che è appena accaduto. Nel giro di pochi minuti viene indetto l’ennesimo torneo a carte.
Io cerco una presa libera per ricaricare il mio portatile. Ad entrambe le estremità del vagone c’è un bagno e per ogni bagno c’è una presa all’interno ed una all’esterno. Quella all’esterno è ambita ad utilizzata per ricaricare i vai cellulari e lettori portatili.
L’idea è quella di rimanere una oretta vicino al bagno col pc collegato mentre ricarica e magari guardare un film con l cuffie. Ma sono tutte occupate.
Un signore mi vede trafficare avanti e indietro e mi indica una altra presa proprio accanto al lettino della sua vicina. Mi rendo conto così che ci sono anche delle prese vicino ai lettini, ma solo due in tutto il vagone.
Mentre ricarico il pc mi metto a comunicare a gesti con il tipo, riguardo il paese di origine e il lavoro. Non è facile ma è l’unico modo visto che dopo un pò mi rendo conto che il tizio è sordomuto, un perfetto compagno di viaggio!
Nel pomeriggio ad una delle tante fermate scendo per prendere qualcosa da mangiare, voglio anche i miei tipici noodles cinesi liofilizzati, anche perchè almeno sono un pasto caldo.
Scopro così che c’è un’altra persona che parla inglese, una ragazza francese. Anche lei prova a barcamenarsi tra quello che può e quello che vorrebbe provare da mangiare.
Per festeggiare il mio ritorno nel mondo della comunicazione verbale, prendiamo un sacchetto di ravioli fatti in casa, un pesce affumicato, dei panzerottini fatti di pesce e dei blini dolci con un ripieno a base di latte.
I miei vicini invece prendono birra e pollo arrosto con patate. Mi vietano di prendere la birra perchè vogliono offrire loro.
Audriè è in viaggio da sola per l’Asia. E’ una cantautrice progressive classica. Io allora le chiedo, a proposito di progressive se conosce i Dream Theather, i Marillion, o i Jethro Tull, ma lei fa una faccia strana. Non ci penso nemmeno a proporle i PFM.
Mi fa vedere alcune sue performances in video sulla sua chiavetta usb e rimango molto colpito dalle sonorità.
La serata è calda e umida, anche se soffia un venticello fresco. In meno di un’ora sono davanti al mio treno, la mia casa per i prossimi tre giorni.
Anche se manca un’ora alla partenza, la gente è già in fila davanti alle propria carrozza dove il responsabile controlla la validità del biglietto e del passaporto all’ingresso.
La mia capocarrozza, la provodnitsa, è una signora esile e dal viso simpatico. Fa battute e sorride con tutti, lo fa anche anche con me che sorrido educatamente senza capire nulla.
Trovo il mio posto il 27, che come ho già detto essendo dispari si trova in basso.
Mi sembra il migliore per passarci 3 giorni.
Provo di spiegare i tipi di letto che ci sono nel Platskart.
La carrozza Platskart ha lungo il corridoio da un lato i letti disposti di traverso, perpendicolari al corridoio. Questi sono a due a due l’uno di fronte all’altro, su due piani. Quindi 4 letti. I due in basso fungono anche da sedili durante la giornata dove ci si siedono anche quelli che dormono in alto.
Dall’altro lato del corridoio ci sono due letti, uno in basso ed uno in alto disposti paralleli al corridoio. questi forse sono i più scomodi poichè di notte ti passano accanto tutti.
Insomma, anche se durante il giorno devo dividere il mio letto con gli altri, alla fine lo trovo il più comodo, ed inoltre ha un utile scomparto proprio sotto il letto che si alza come un baule e lo rende quindi sicuro di notte.
Sopra di me si sono già sistemati due giovani russi (che poi scoprirò essere ucraini ) mentre il loro padre e forse lo zio sono nello scomparto successivo.
Di fronte al mio letto, poco dopo arriva un ragazzo con un borsone enorme che non entra nello scomparto sotto il suo letto, così lo aiuto a sollevarlo nel ripiano in alto.
Il ragazzo ha i lineamenti orientali, ma parla russo, e solo quello.
E’ già la seconda volta che mi capita di vedere qualcuno che ha lineamenti orientali, mongoli forse, non proprio cinesi, ma che in realtà si dice russo al 100%. Non volendo offendere non chiedo, per il momento.
Sistemo la mia roba e preparo il mio letto.
La dotazione di biancheria in Platskart consiste in un materasso sottile, un cuscino, una federa per il materasso, una per il cuscino e un lenzuolo, una coperta di lana ed un piccolo asciugamano.
Ricordando quello che è successo ad Alper cercherò di custodirli gelosamente.
Una volta sistemato il tutto mi siedo ed aspetto gli altri che si sistemano.
Vedo che ad alcuni viene servito il thè nel bicchiere ufficiale delle ferrovie russe, in vetro con portabicchiere argentato con i gloriosi fregi della ferrovia.
Chiedo quanto costa il thè, e capisco qualcosa come 5 Rubli, poi provo a chiedere se costa qualcosa solo l’acqua calda. Come mi aveva detto la previdente Mascha, una volta che ho il mio bicchiere e le mie bustine di thè, l’acqua calda è gratis.
Grazie a lei ho la mia tazza, un pacco di bustine Twinings rosso e una tavoletta di ciccolato russo (fondente ovviamente: che ragazza!) e la possibilità di farmi tutti i thè che voglio senza spendere una kopeca.
Un buon thè scuro qui in russia è il modo migliore per passare il tempo, anche se non hai nessuno con cui parlare, ma come dice Mascha per quello c’è la Vodka. In Russia “Vodka Connecting People“!
E’ una sensazione stupenda, lasciarsi andare, riposarsi per tre giorni senza far niente mentre la mente vaga.
Sono un uomo libero, lo sento mentre il treno parte in perfetto orario e mi porta lontano nello spazio e nel tempo.
Quando tutti sono sistemati mi stendo sul mio letto e, per la prima volta da quando sono partito accendo il mio lettore mp3.
Fin’ora non ho avuto il tempo e la voglia di usarlo. Volevo sentire, catturare ogni rumore, ogni suono straniero, restare vigile.
Ma ora sento che ci vuole la giusta musica per quello che sento un viaggio a più dimensioni e metto su “la locomotiva” di Guccini e la mente comincia a percorrere i binari mentre il treno mi culla dolcemente.
Guccini mi fa pensare a Daniele, Teresa e Sergio, amici e colleghi di Bologna e poi penso a tutti gli altri bolognesi doc o d’adozione che mi sono lasciato dietro, che ormai erano la mia famiglia. In nessun modo sono riuscito ad accontentarmi, a mettere radici, per quanto bene voglia alle persone, ho quella strana malattia di cui Chatwin parlava, che non ti permette di sentirti a casa da nessuna parte, e che ti fa soffrire quando rimani troppo tempo nello stesso posto.
Mi porto dietro di molti di loro, lo sguardo umido di chi mi dice: vorrei poter venire anche io, vorrei aver fatto delle scelte diverse; oppure solamente il sorriso sincero di chi mi scanzona: “ma dove cazzo vai?“
Poi arriva il turno di Rino Gaetano, ascolto Aida e penso alla ormai piccola Italia, una zolla di terra rispetto a tutto quello che sto per vedere, a tutto il mondo.
Mi sento un pò in colpa ad essere andato via mentre viene stuprata e fatta a pezzi dal peggio che la generazione dei nostri padri ha saputo produrre.
E la mia generazione è ancora stordita, confusa, sfiancata, dalla ricerca di un lavoro dignitoso, senza sapere nemmeno più perche lo stanno cercando, hanno solo bisogno di soldi, hanno perso ogni riferimento, come si trova la felicità?
La forza per arrabbiarsi, per ribellarsi e cambiare le cose, gli sono state risucchiate dalla precarità, da una vita a basso costo che gli permette di tirare avanti anche con due lire, grazie a discount, ikea e mutui centenari. La mente annebbiata dalle tette e culi di Lucignolo e dal giornalismo da mostra canine e gossip.
A metà di Aida mi sale un misto di nostalgia, di rabbia e di immensa felicità che non riesco a trattenere la lacrima che mi scorre di traverso lungo la tempia.
Ma tanto è buio, tutti dormono e nessuno mi vede mentre nella notte attraversiamo i confini della Russia europea, gli Urali.
27 Luglio. Primo giorno di transiberiana.
Apro gli occhi alle nove, anche se mi sono addormentato alle 3 di notte. L’orario è quello di Mosca, impossibile per ora trovare un altro punto di riferimento mentre il treno risale i meridiani e i fusi orari come un salmone la corrente.
Vado incontro al sole accorciando le mie giornate di una, due, fino alle cinque ore di differenza tra Irkutsk e Mosca.
Alle nove tutti o quasi dormono ancora. Io rimango in silenzio ad osservare il paesaggio interno di panze sbracciate, glabre montagne ronfanti, teste accovacciate tra le braccia, e piedi multicolori sporgenti.
Vado a riempire la mia tazza con l’acqua bollente che esce dal complicato alambicco vicino la cabina della provodnitsa, che nel frattempo è diventato uno giovane sbarbatello che veste la divisa delle ferrovie come un cantante hip hop. Larga rispetto al suo corpo smilzo e con la camicia fuori dai pantaloni. Si alterenanno a turni per tutto il viaggio.
Mi preparo così il primo dei numerosi thè della giornata. Nel frattempo la gente si sta pian piano svegliando, si stiracchia, va e viene dal bagno.
Squillano i primi cellulari con suonerie insulse a livelli più che molesti, ma nessuno se ne cura.
Intanto qualche cunicolo più in là sento una radio che suona un liscio tipicamente romagnolo.
I due fratellli ucraini, e il mongolo-russo mi invitano a giocare a carte, ma non conosco le regole e quindi faccio capire che magari cerco di impararle osservandoli.
Il gioco è una specie di briscola, di cui non ricordo nemmeno le regole, ma non mi sono chiare diverse cose, così dopo un pò, annoiato mi metto ad osservare il panorama fuori.
Qui nel Platskart, la terza classe, nel raggio di decine di metri nessuno sembra parlare una sola parola di inglese, anche quei pochi backpackers sono russi.
Dallo stesso altoparlante lontano sento un soprano cantare in russo il tema di “fischia il vento”.
Dopo gli Urali, il paesaggio è abbastanza monotono. Fitti boschi circondano la ferrovia, e si interrompono solo nei tratti dove attraversiamo qualche fiume, dove sorge una città, presidio industriale nel mezzo del nulla.
Mi colpiscono queste enormi gru sui fiumi vicino ad ogni città.
Passo la prima giornata in totale distacco, non c’è possibilità o quasi di comunicazione.
Per la prima volta dall’inizio del mio viaggio mi sento veramente solo. Ma non è quella solitudine che sentivo prima quando non sapevo che fare della mia vita.
Non penso più a quello che vorrei fare perchè lo sto facendo ora. Sto vivendo quello che avevo sempre desiderato fare e quindi non ci sono più desideri ma solo emozioni.
Sento che potrei prenderci gusto. Ma prima devo trovare un modo per vivere continuando a spostarmi. Una cosa per volta, ho appena iniziato.
La prima fermata della giornata è Kirov, scendo per sgranchirmi le gambe e capire come funzione l’aspetto che più mi interessa. Il cibo.
Avendo già letto a proposito, non è stata una sorpresa per me trovarmi un piccolo esercito di babuska (vecchiette) che vendevano i prodotti che ho imparato a conoscere in questi giorni di traversata siberiana.
Polli bolliti con patate incellofanati, cettrioli, pomodori, pesce affumicato o sotto sale, gelati e bibite di ogni tipo. Poi dei piccoli panzerotti ripieni di carne o di pesce e le chimiche paste liofilizzate cinesi, facili da preparare con l’acqua calda a disposizione sul treno.
Il mio primo giro è solo di perlustrazione. Ho già un pò di provviste per conto mio.
Risalgo sul treno dopo aver fatto qualche foto. Riprende la marcia e mi metto a leggere il mio libro sulla Mongolia di Zamboni, uno dei fondatori dei CCCP. Il libro di intitola “Mongolia in retromarcia“, e parla del viaggio di Zamboni e Ferretti in Mongolia con una troupe televisiva per non so quali servizi rai.
Il libro passa in rassegna molte delle cose classiche che probabilmente vedrò in Mongolia, forse le più turistiche. Ma devo dire il linguaggio, il modo di scrivere di Zamboni, a volte sono di una disturbante pomposità che rende difficile la lettura, se non proprio noiosa. Maledetti artisti!
Un massiccio russo seduto di fronte a me dall’altra parte del corridoio mi fa cenno di avvicinarmi, mi fa accomodare di fronte a lui e porge sul tavolino una scacchiera portatile.
Io sorrido e annuisco, ormai si parla coi segni.
Anche se ricordo le regole, faccio praticamente pena, e comincio a perdere una dopo l’altra diverse partite. Intanto il sole batte proprio sul finestrino accanto a noi ed il caldo non aiuta certo la mia concentrazione che fa fatica ad elaborare una strategia, mentre attorno si è formato un piccolo pubblico. La gente è molto più curiosa di me. Io non riuscirei mai a guardare altri giocare a carte o a scacchi o persino ai videogames. E’ inconcepibile per me guardare un’altro giocare, una noia mortale. Per non parlare di guardare me giocare a scacchi!
Quando muovo un pezzo,di solito lui è pronto subito con la risposta, ma in qualche occasione sono riuscito a spiazzarlo, e lui borbottava qualcosa pensadoci su per un pò. Ma sempre alla fine, dopo non più di 5 minuti fa la sua mossa e mi spara in faccia il suo sorriso a 24 carati. Qui in Russia, praticamente tutti hanno almeno un dente d’oro, o dorato. E’ quasi un simbolo distintivo di status sociale.
Insomma si passa il pomeriggio e la sera arriva presto e tutti a nanna senza grandi avvenimenti.
Passo la notte sveglio a leggere e a guardare un pò di cose sul mi portatile, ormai mi sento abbastanza sicuro nel tirarlo fuori, e quindi dormo il mattino fino a tardi, o almeno fino a quando posso.
Vengo svegliato dalla aspirapolvere della provodnitsa, che due volte al giorno passa sui tappeti che ricoprono l’intero vagone, per rimuovere i residui di cibo.
Dopo Omsk entrano due poliziotti nel nostro vagone, mi passano accanto senza farci caso e vanno a rompere le scatole al padre dei due fratelli che dormono sopra di me. C’è il poliziotto cattivo, con l’enorme pancione, di cui vedo solo il profilo del didietro, pantaloni grigi, una sottile riga rossa verticale, e giacchetta celestina.
Quello buono è smilzo, non parla ma regge una cartellina. Il cattivo con tono calmo ma potente fa storie al povero sventurato che chiede nervosamente anche i documenti ai suoi figli. Tutti quelli che riesco ad osservare sono immobili, hanno smesso di giocare a carte, a dama, di ascoltare musica. Tutti hanno lo sguardo verso il basso. Io nascondo sotto il cuscino il mio piccolo pc per non apparire un turista da spennare e faccio finta di leggere un libro, ma resto ad osservare tutti.
Sente ripetere un paio di volte la parola “registrazione” da parte del poliziotto, che brutta parola! Qui scopro che il padre e due ragazzini sono ucraini. Comunque rimangono lì a fare storie per circa 15 minuti. L’unico che alza la voce è il poliziotto. Poi se ne vanno e tutti riprendono rilassati a fare quello che stavano facendo, come se avessere dovuto rispettare 15 minuti di silenzio in onore a qualche eroe caduto in quel tratto di Siberia.
L’atmosfera si rilassa al punto che si crea un gruppo di discussione attorno al malcapitato, probabilmente per inveire contro l’arroganza della “milizia”.
Io riprendo il mio laptop e comincio a scrivere quello che è appena accaduto. Nel giro di pochi minuti viene indetto l’ennesimo torneo a carte.
Io cerco una presa libera per ricaricare il mio portatile. Ad entrambe le estremità del vagone c’è un bagno e per ogni bagno c’è una presa all’interno ed una all’esterno. Quella all’esterno è ambita ad utilizzata per ricaricare i vai cellulari e lettori portatili.
L’idea è quella di rimanere una oretta vicino al bagno col pc collegato mentre ricarica e magari guardare un film con le cuffie. Ma sono tutte occupate.
Un signore mi vede trafficare avanti e indietro e mi indica una altra presa proprio accanto al lettino della sua vicina. Mi rendo conto così che ci sono anche delle prese vicino ai lettini, ma solo due in tutto il vagone.
Mentre ricarico il pc mi metto a comunicare a gesti con il tipo, riguardo il paese di origine e il lavoro. Non è facile ma è l’unico modo visto che dopo un pò mi rendo conto che il tizio è sordomuto, un perfetto compagno di viaggio!
Nel pomeriggio ad una delle tante fermate scendo per prendere qualcosa da mangiare, voglio anche i miei tipici noodles cinesi liofilizzati, anche perchè almeno sono un pasto caldo.
Scopro così che c’è un’altra persona che parla inglese, una ragazza francese. Anche lei prova a barcamenarsi tra quello che può e quello che vorrebbe provare da mangiare.
Per festeggiare il mio ritorno nel mondo della comunicazione verbale, prendiamo un sacchetto di ravioli fatti in casa, un pesce affumicato, dei panzerottini fatti di pesce e dei blini dolci con un ripieno a base di latte.
I miei vicini invece prendono birra e pollo arrosto con patate. Mi vietano di prendere la birra perchè vogliono offrire loro.
Audriè è in viaggio da sola per l’Asia. E’ una cantautrice progressive classica. Io allora le chiedo, a proposito di progressive se conosce i Dream Theather, i Marillion, o i Jethro Tull, ma lei fa una faccia strana. Non ci penso nemmeno a proporle i PFM.
Mi fa vedere alcune sue performances in video sulla sua chiavetta usb e rimango molto colpito dalle sonorità. E poi si sa il francese è una lingua molto poetica e sensuale.
Visto che ancora no sa dove dormire a Irkutsk, convinco Audriè ad entrare nel fantastico mondo del couchsurfing e mando un sms al mio prossimo ospite per sapere se c’è posto anche per lei.
Serge mi risponde che ci sono altri due ragazzi, ma che non c’è problema ed un posto in più si trova.
Passiamo la serata tutti insieme a vedere BOLT, un cartone animato in inglese sul mio pc, tutti sono molto contenti di vedere le immagini anche se non si capiscono i dialoghi.
Ormai il nostro tavolino è diventato un polo di attrazione per tutti, anche se non si riesca a capire una sola parola ci facciamo lo stesso un sacco di risate. Almeno con Audriè ho qualcuno con cui commentare.
Il giorno dopo incontro due Italiani che sono venuti a vedere la coda del treno dove mi trovo. Loro provengono dai vagoni Kupè, quelli a scompartimento chiuso, simili alle cuccette italiane, ma sicuramente più pulite.
Decido che è arrivato il momento di esplorare gli altri vagoni. Incredibile, c’è persino la carrozza ristorante. E’ molto utilizzata dai turisti, ma davvero fuori dalla portata dei miei compagni di viaggio in platskart, ed ovviamente anche delle mie tasche.
Scopro addirittura che ci sono delle docce in prima classe, e che ci si può prenotare per farne una per una cinquantina di rubli. Bhe, ormai sono arrivato posso aspettare.
A proposito di docce. I bagni sono abbastanza pulti, visto che vengono sistemati spesso dalla provodnitsa.
Ci ho messo un pò per capire come far uscire l’acqua. Un sistema a mio avviso davvero poco igienico. Bisognna spingere lo stesso ugello dal quale esce l’acqua verso l’alto.
E’ possibile lavarsi a pezzi visto che l’acqua per terra poi scola fuorri dal vagone, direttamente sui binari.
Arriva l’ultima serata, altri film, musica, e risate. Scopro che il ragazzo di fronte a me, che di nome di chiama Geser, è un buriat, cioè un mongolo russo, popolazione originaria della zona del lago Baikal, conquistata dalla Russia zarista un paio di secoli fa. Fa il cuoco a Mosca e torna a casa per le vacanze, così come lui la maggior parte dei miei compagni di viaggio.
Questo è il massimo che riesco a tirar fuori e mi maledico per non avere con me un frasario di russo, o un vocabolario.
Il mattino dopo, tutti stonati aspettiamo l’arrivo a Irkutsk.
Abbiamo attraversato un bel pezzo di globo!















Grande Sergio! Adoro leggere i tuoi resoconti…..anche se Guccini e la PFM non sono proprio i miei autori preferiti hihhih
Wowww…
bello anche questo racconto
Non ho capito però dove ti trovi ora :-/
Vito
Grazie dei complimenti ragazzi!
Per sapere dove mi trovo c’è un link apposto nel menù in alto,!!
Spero di aggiornarlo spesso. Magari in futuro aggiungo anche uno status twitter per comunicare almeno che sono vivo se sono sperduto lontano dalla civiltà!