Tutte le foto del tour in Est Mongolia le trovate qui(prima parte),

e qui(seconda parte).

Affascinato da una lunga avventura di ben 21 giorni attraverso le vie meno battute, nell’est della Mongolia, decido di unirmi ad un tour organizzato dal Golden Gobi Hostel.

Come ho già detto nel precedente post,per visitare la Mongolia sperduta è necessario noleggiare un furgoncino con autista, riempirlo di provviste ed equipaggiamento per cucinare e dormire all’aperto.

E’ possibile fare cio’ anche in modo indipendente, ed io ci ho provato, ma perchè sia conveniente bisogna essere almeno in 4, meglio in 6. Non avendo trovato nessuno in due giorni, oltre a me e alla mia amica irlandese Clare, ho deciso di unirmi al gruppo del Golden Gobi. Partiamo il 15 Agosto, tutti fuori dall’ostello con il nostro fantastico  furgoncino UAZ che ci aspetta, carico di cibarie, tende ed attrezzatura varia. Mancano solo in nostri zaini.

Visto che l’ UAZ sarà la nostra  casa per i successivi 21 giorni, propongo di torvargli un nome, poiché che il suo autista, Ulzir, non si era mai posto il problema. Stabilito il sesso maschile del furgone,  Candy propone Boris.

Boris, il nome russo non è a caso, è un Uaz, un furgoncino sviluppato ed utilizzato da decenni dalla gloriosa armato rossa. Spartano, un po’ scomodo, ma inarrestabile, è capace di attraversare lande desolate e terreni impervi senza troppe difficoltà, così come attraversare zone sabbiose. Grazie alle sue quattro ruote motrici e a ben 2 serbatoi di benzina, Boris ci garantisce affidabilità e indipendenza per parecchi chilometri.

La Mongolia è piena di UAZ, che sono il mezzo più popolare per i tour in giro per il Paese. La prima sosta la facciamo dopo qualche  chilometro. Carl propone di comprare qualche birra. Alla fine usciamo dal supermercato con un centinaio di lattine, che mi fanno temere la piega che la gita comincia a prendere.

Il primo giorno lo passiamo nel parco nazionale di Terelj, a pochi chilometri dalla capitale. Qui siamo nel pieno della Mongolia turistica: centinaia di Uaz imperversano tra i campi di Ger attrezzati per turisti. Ci sono docce, latrine cabinate, qualche ristorante e cavalli vecchi e docili. Insomma una mongolia a quattro stelle.

Dopo esserci arrampicati sulla Turtle Rock, ed aver visitato il tempio buddista lì vicino, ci prepariamo a passare la notte in un campo Ger attrezzato, al caldo della stufa.

La Ger, è la tradizionale tenda dei nomadi Mongoli. Puo’ essere montata e smontata in poche ore, ed allo stesso tempo puo’ risultare un rifugio comodo ed accogliente anche nel mezzo del deserto, così come nella fredda prateria del nord.

E’ formata da una struttura intrecciata di stecche di legno che delimita il perimetro e da un tetto sempre formato d tante piccole assi di legno disposte a raggiera. Il tutto è ricoperto da uno o due strati di feltro impacchettati infine da un telo di cotone.

Il feltro è un elemento fondamentale nella vita nomade dei mongoli. Proteggendo l’isolamento delle Ger e degli indumenti, contribuisce alla sopravvivenza delle persone.

Il gruppo si è appena formato, così per socializzare passiamo la serata al caldo della stufa al centro della Ger, a mimare i film. Questo contribuisce ad abbattere ogni tipo di timidezza.

Il giorno seguente puntiamo verso est, alla volta del Blue Lake, la nostra tappa per la notte. Lungo la strada ci fermiamo nel primo di una lunga serie di luoghi dedicati o in qualche modo collegati alla figura di Chinggis Khan ( in Mongolia questa è la trascrizione ufficiale del suo nome).

Finchè c’era il regime comunista, il solo pronunciare il nome di Chinggis poteva procurarti problemi. La figura ultranazionalista del conquistatore non era benvista dal regime sovietico, che si limitava a citarlo nei testi scolastici come un semplice signore feudale. La storia segreta dei mongoli, la più importante testimonianza della storia della Mongolia, scritto qualche decennio dopo la morte di Chinggis Khan era proibita.

Anche in questo stato, con la caduta del comunismo e dell’oppressiva influenza russa, la prima reazione è stata un forte nazionalismo, che ha trovato in Chinggis, fonte di orgoglio a livello mondiale,  l’ emblema più forte.

Così, forti anche della benché minima mancanza di gusto, i mongoli hanno cominciato a nominare col nome del grande condottiero qualunque cosa, dalla costosissima Vodka, agli Hotel, l’aeroporto, la banca e negozi vari, qualunque luogo avesse anche una minima correlazione con lui (ed è facile che OGNI luogo in Mongolia possa avere una minima relazione) diventava attrazione turistica per gli stranieri.

Perché, diciamo la verità, il turista che arriva da lontano, sa a malapena cosa è la Mongolia, ma ha sicuramente sentito nominare più volte lo storico conquistatore. Il mongolo che si improvvisa tour operator (come la maggior parte dei mongoli di città ) questo lo sa, ed è inoltre orgoglioso di mostrare il suo valoroso antenato.

La nostra prima parte del viaggio, nel nord est della Mongolia copre le zone che hanno visto la nascita e l’ascesa del giovane Temujin, il mongolo che divenne Khan riunendo sotto un unico impero tutti i popoli dell’Asia centrale.

Come dicevo, la prima tappa del G. Khan tour sintetizza tutto il cattivo gusto e i buoni propositi che i mongoli hanno per sfruttare turisticamente la figura del loro idolo.

Nel mezzo del nulla assoluto della steppa, spunta all’orizzonte un enorme statua equestre dai lineamenti spigolosi del tipo futurista, ma che vista da vicino sembra fatta di lamiera a buon mercato, luccicante nell’aria tersa di Agosto.

In questo luogo il giovane Temujin trovò un frustino da cavallo, che per le usanze mongole era presagio di future conquiste e successi.

La base dell’enorme statua alta 40 metri,è sede di un ristorante ed altre paccottiglie.

La nostra giovane guida Dauka ci rimane un po’ male quando tutta orgogliosa ci mostra l’ingresso dell’edificio, e noi ci rifiutiamo di spendere ben 10 dollari per entrare in quello obrobrio.

I mongoli, almeno la maggior parte di essi, sono orgogliosi di tutto ciò che celebra il loro non tanto recentemente scomparso leader, e quindi si aspettano la stessa ammirazione da parte di tutti i turisti.

In realtà noi siamo venuti per i paesaggi e per il nulla della natura mongola, ma questo è difficile da far capire ai tour operator mongoli.

I progetti per questo sito sono ancora più ambiziosi. Un misterioso recinto di pietre circonda la statua per ad un raggio di diverse centinaia di metri dalla statua stessa.

Alcuni operai mongoli molto svogliatamente e senza particolare partecipazione, stanno pavimentando la zona per dar vita ad una enorme cittadella, fatta di parchi giochi, ristoranti, villaggi turistici.

Voglio proprio vedere che tipo di turisti se ne vengono a soggiornare qui, pagando 10 o 100 volte i prezzi del resto della mongolia per stare nel mezzo del nulla all’ombra di questo malandato monumento che sembra cadere da un momento all’altro.

Per fortuna la sosta dura solo una mezz’oretta. E ripartiamo verso est, sempre più ad est.

Verso l’ora di pranzo le nostre guide cominciano a scrutare l’orizzonte, in cerca di qualche qualche famiglia che può ospitarci per cucinare il pranzo.

Finalmente abbiamo la nostra prima esperienza di accoglienza in una famiglia nomade.

Come si legge nei racconti e nelle guida, i nomadi sono molto accoglienti, anzi lo devono essere per cultura, e sono quasi obbligati a dare ospitalità a qualunque straniero che viva a più di 300 passi dalla propria tenda (non ricordo il numero esatto di passi!).

Ulzir e Dauka, cconfabulano un po’  con la famiglia poi ci fanno scendere dal furgone e ci invitano ad entrare. Ci offrono un thè salato fatto con acqua, erbe e latte, che è la prima cosa viene offerta ovunque in mongolia.

Poi escono tutti dalla tenda lasciandoci soli. Dauka comincia a cucinare e noi usciamo a scattare qualche foto.

Dalla famiglia mi aspettavo più curiosità, più tentativi di contatto, invece si mantengono a distanza, si fanno i fatti loro, oppure entrano in un altro furgone parcheggiato fuori dalla tenda per ripararsi dal vento, in attesa che noi liberiamo la loro tenda.

Dopo un ottimo e abbondante pranzo a base di pasta e verdure risaliamo a digerire il tutto sul furgone per percorrere ulteriori chilometri verso la nostra tappa, il blue lake.

Mi domando sul tipo di ospitalità strana che abbiamo ricevuto, sterile come se fosse dovuta. Chiedo a Dauka se ci hanno ospitato per cortesia o se hanno pagato loro qualcosa. Lei e Ulzir mi guardano sorridenti, come se avessi fatto una domanda stupida. Per loro era ovvio che volessero esser pagati.

La sera arriviamo a Khokh Nuur (Blue Lake). Questo luogo, oltre ad essere stupendo, ha anche altre particolarità. E’ il punto più basso della Mongolia, a 560 metri SUL livello del mare, la Mongolia infatti è un immenso altopiano attraversata da alcune catene montuose; inoltre anche questo luogo è collegato alla storia di Chinggis Khan.

Appena montate le tende, molto lentamente, vediamo spuntare all’orizzonte un vecchietto avvolto dal suo Del, la tradizionale veste mongola imbottita di feltro.

Comincia a confabulare con Uzil, poi si siedono. Il vecchietto, visti arrivare i turisti, insiste perchè piaghiamo la tassa per il parco.

Ulzil e Dauka sanno che non c’è nessuna tassa  e quindi convincono il vecchietto ad accontentarsi di una ciotola di minestra. Meglio di niente!

Durante la notte tutta la vallata viene avvolta da una nuvola che si gela lasciano un sottile strato di brina sulle nostre tende e sull’erba.

La pipì all’alba mi sorprende con una nuvolona sospesa sul lago, ma sono troppo pigro per rientrare in tenda a prendere la macchina fotografica e poi uscire di nuovo. Così sguscio di nuovo dentro il mio sacco a pelo.

Una volta svegli, ci avviamo a piedi verso la riva opposta del lago. Come dicevo, questo sito è famoso anche per altre ragioni. Sulla riva del lago, ci sono numerosi pali di legno disposti a semicerchio.

Il legno è così fresco che sembra appena stato intagliato. La cima di ogni palo raffigura il volto di ognuno dei Khan successori di Ghinggis, il cui palo troneggia al centro accanto ad un volto scolpito in una lapide di pietra.

Tutto così nuovo che sembra  appena uscito fuori dal cellophane.

Due giovani tizi, con tanto di giubbotto con scritta “Security”, si avvicinano gentilmente e cominciano a raccontarci del perché il luogo è così importante. Ci facciamo uno per uno tutti i pali. In questo luogo Temujin convocò tutti i capi tribù mongoli che lo incoronarono Chinggis Khan, Re Oceano, per regnare su tutto l’oceano di popoli della Mongolia.

Le due guardie del parco si improvvisano anche guide, ma non ne sanno molto e la cosa è un po’ sospetta. Anche il lago ci dicono che è sacro e ci invitano a berne l’acqua. Noi ringraziamo ma decliniamo. Il trucco si svela alla fine, quando anche loro ci chiedono la famigerata tassa.

Noi replichiamo dicendo che non c’è nessuna tassa, allora loro cominciano a trattare abbassando la cifra della loro richiesta, scatenando le nostre risate.

Questi tipi si sono procurati il giubbino con la scritta security apposta per spillare soldi!!

Mentre ritorniamo al furgone un  altra coppia di ragazze mongole si avvicina chiedendoci ancora soldi per la tassa.

Il prezzo è dieci volte superiore questa volta!

Salutiamo gentilmente e partiamo ancora verso est, Ulzir mette nello stereo l’unica cassetta che ha, dello stesso cantante mongolo… all’inizio sembra simpatico e folkloristico… poi porta alla follia, ascoltarlo 10, 20 volte al giorno… per 21 giorni!!

Ma l’avventura è appena iniziata…

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