Dopo aver passato 10 giorni nella capitale mongola, cosa abbastanza rara visto che nessun viaggiatore mi voleva credere che avessi avuto il coraggio di resistere così a lungo, mi sono concesso un’altra avventura nella Mongolia selvaggia.
Le cose sono andate in modo molto diverso da come le avevo programmate, ma nondimeno è stato piacevole, anche per questo motivo.
Mentre spendevo i miei giorni nella capitale, riordinando i mei appunti al Golden Gobi Hostel mi chiedevo dove sarei potuto andare a spendere una decina di giorni in un posto di assoluta pace e tranquillità, per i fatti miei.
Tra gli avventori dell’ostello incontro Jeremy, un ragazzo di Singapore (devo ammettere che sono dovuto andare a capire bene dove fosse sul mio atlante perchè mi ostinavo a confonderla con Taiwan, sebbene sia sempre un’isola).
Jeremy mi dice che ha intenzione di andare sul lago Hovsgol ad inseguire la sua passione per la pesca. Secondo lui, è talmente ricco di pesci che abboccano in continuazione.
Il lago Hovsgol è una delle mete turistiche più ambite della Mongolia, sebbene sia molto diverso dai deserti del Gobi e dalla steppa che ricopre la maggior parte del paese.
Il lago, la cui superficie si trova già a 1600 metri sldm, è circondato da catene montuose e vulcani estinti (non tutti!) che arrivano fino ai 3500 metri. Quest’area per i suoi paesaggi è chiamata la Svizzera della Mongolia.
Inizialmente avevo scartato questa destinazione sia per il freddo che per la distanza, ma l’ottimismo di Jeremy mi spinge a cercare qualche altro indumento pesante e organizzare, questa volta a budget ridottissimo, la mia avventura su questo lago.
Jeremy parte il giorno dopo, mentre io rimango ancora qualche giorno in UB per finire le mie cose, ci diamo appuntamento in un campo di Ger (le classiche tende dei nomadi mongoli ), sulla riva occidentale del lago.
Nei 4 giorni che mi separano alla partenza in realtà non mi preparo più di tanto. Mi basta andare alla stazione degli autobus Dragon Center (ad ovest del centro di UB, lungo la Peace Avenue) e prenotare il mio biglietto per soli 24500 T, fino a Moron, la capitale della regione del lago.
Senza sforzarmi troppo, provo a sentire tra gli ospiti del’ostello, se c’è qualcuno che va da quelle parti, ma non sono molti quelli che si arrischiano a fine Settembre, visto che già nella capitale il freddo si fa sentire minaccioso.
Solo tre giorni prima, un ragazzo irlandese, Columb, chiede informazioni in ostello su tour nella zona del lago. Quindi ne approfitto per parlarne con lui.
Il mio piano è semplice. Una volta saputo come arrivare sulla riva meridionale del lago, nel villaggio di Hatgal, ci si ferma una notte in uno dei due ostelli che so essere aperti e ben attrezzati (cioè al caldo). Da lì organizzare un po’ di giorni camminando o cavalcando sulle rive del lago. L’altra importante informazione che ho è che sia dormire in una Ger che affittare il cavallo, costa intorno ai 5000 T (leggi in lire) al giorno. Non mi basta sapere altro. Ho intenzione di campeggiare con la mia tenda, ma nel peggiore dei casi, se fa troppo freddo, mi posso sempre rifugiare nel tepore della stufa di una Ger.
Columb è abbastanza preoccupato di avventurarsi da solo, e quindi è felice di sapere che io ho già organizzato tutto, o almeno si lascia tranquillizzare dalla mia sicurezza sulla logistica del viaggio.
Mi dice che deve decidere se unirsi a me oppure ad altri due ragazzi americani che hanno intenzione di noleggiare un’auto, o comprarla, ed andarsene in giro per la steppa.
Io sono un po’ titubante nell’accettare di nuovo, dopo la precedente esperienza, la compagnia di un irlandese, e come prima cosa mi giura solennemente che non berrà più di una o due birre per tutto il viaggio!
Intanto, mentre ne parliamo nella chilling room dell’ostello, altre orecchie si lasciano stregare dal mio entusiasmo ed assoluta noncuranza sui dettagli sel viaggio. La non pianificazione organizzata è la chiave delle migliori avventure!
Così ci ritroviamo, il giorno prima della partenza, ad essere io, Columb, i due ragazzi americani Kurt e Ilya(che essendo rimasti a letto per diversi giorni, non hanno avutto il tempo di organizzare la loro gita on the road) e Michael, un americano di mezza età (come lui stesso ama definirsi) mio compagno di stanza nell’ostello.
Tra gli indecisi dell’ultimo minuto, che comprano il biglietto del bus il giorno stesso ci sono Lena, una giovane ragazza di Irkutsk, e una coppia di francesi che sfortunatamente si trova appioppato il nome di French Fries a causa di un lapsus poco imbarazzato di Michael.
Come al solito, a rimarcare quanto sia poco coerente con la realtà definire solitaria la mia avventura intorno al mondo, mi ritrovo a far parte di un gruppo di 8 persone, tra le più diverse fra loro.
Visto che, a parte i French Fries che si fermano nel villaggio di Hatgal, gli altri 5 hanno deciso di seguirmi lungo la mia avventura sulle rive del lago, propongo di acquistare un pò di materiale e soprattutto di provviste.
Infatti, quello di cui non sono sicuro, è la possibilità di poter acquistare cibo nel villaggio di Hatgal, o ancor meno nei campi di Ger lungo il lago. Da quel che ho sentito, i campi attrezzati con ristorante si fanno pagare in dollari delle cifre spropositate (25 -30 $).
Giorno 1
La mattina della partenza assaltiamo lo state department store, il grande centro commerciale in stile sovietico al centro della capitale, comprando, oltre a un fornello cinese da campo, pasta, riso, scatolette di tonno, fagioli, mais e verdure, aglio, cipolle, carote, marmellata, miele, bustine di thè, mele, pane e formaggio da spalmare.
Ci dividiamo il tutto nei nostri 6 zaini che pesano notevolmente, ma che sappiamo dover caricare direttamente sull’autobus!
Così il pomeriggio del 14 Settembre, con l’aria autunnale che già sferza la capitale, ci avviamo verso uno dei luoghi più freddi della Mongolia, salutando lo staff del Golden Gobi Hostel che augurandoci buona vacanza, in realtà sottindende le peggiori disgrazie, visto che gli ho fregato 7 potenziali clienti che invece di farsi fregare dai loro tour (come è successo a me) se ne vanno in una vacanza faidatè.
Quando arriviamo alla stazione degli autobus Dragon Center con un’ora di anticipo, ci sono già due o tre autobus abbastanza nuovi e spaziosi. Proviamo cercare tra questi qual’è quello per Moron, ma deve ancora arrivare.
Le nostre paure, soprattutto quelle di Columb che odia gli autobus, sono mitigate dal pensiero che, visto che per le distanze più brevi vengono utilizzati autobus più che decenti, per le nostre 20 ore di viaggio il nostro mezzo non sarà da meno.
Non penso di deludere le aspettative di nessun lettore quando provo a descrivere la deformazione agghiacciata del nostro volto che segue la mano di un mongolo indicante il nostro autobus appena arriva.
Un vero trabiccolo da 30 posti, con sedili piccoli, duri e sfondati, più ferro che imbottitura e molto meno spazio per le gambe di un volo Ryanair.
Ma questo è ancora niente. Il bello comincia quando l’autista ed i vari aiutanti, che non si mai che ruolo hanno, si danno al Tetris dei pacchi e bagagli.
Non c’è un vero e proprio bagagliaio, solo un piccola stiva proprio dietro l’ultima fila di sedili. Ci vanno si e no 5-6 zaini.
Il resto deve essere incastrato con il materiale umano all’interno del bus.
I nostri posti sono numerati sul biglietto, e quindi prendiamo posto mentre per una buona ora vengono provate le varie combinazioni uomo-pacco.
Alla fine, quando siamo tutti più o meno scomodamente sistemati, cercando di non pensare al fatto che dovremo mantenere quella posizione ( nel vero senso della parola!) per 20 ore, succede una cosa strana che in seguito scopriremo essere una simpatica caratteristica della ospitalità mongola.
L’ultimo arrivato, un mongolo, non è contento del suo posto, ovviamente il peggiore, proprio sulla ruota posteriore. Allora l’autista comincia ad ordinare agli stupidi turisti stranieri di spostarsi e far sedere lui al posto di uno di noi.
Uno alla volta, ci rifiutiamo con tanto di biglietto alla mano indicante il nostro numero di posto. Ma il mongolo non demorde. L’autobus non parte se uno di noi non si sposta, e quindi diventa una questione di principio, sopratutto perché lo chiede solo a noi turisti, e nessun altro.
Alla fine, dopo un quarto d’ora il mongolo cede e si siede al suo posto.
Si parte. La prima mezz’ora non è male, c’è ancora l’asfalto. Ma le successive 19 ore e mezzo sono un incubo. Le sospensioni ormai scariche ci rendono partecipi di ogni singola asperità del terreno, che certamente non è dolce da queste parti.
Io devo combattere col mio proverbiale mal d’auto e concentro tutte le mie forze per non vomitare.
Verso il tramonto facciamo una prima pausa alla mongola on the road. Rispettando la regola dei dieci passi, ogni maschio tira fuori il proprio arnese a pochi metri dal bus e comincia a pisciare con la stessa nonchalance come se fumasse una sigaretta. Anche noi ormai non ci formalizziamo più di tanto, tantomeno le donne che si limitano semplicemente a spostarsi dall’altro lato della strada, senza nemmeno la speranza di provare a cercare un cespuglio più alto delle loro caviglie.
La seconda importante fermata la facciamo di sera tardi, in un edificio nel mezzo del nero della notte, dove si è improvvisato un autogrill alla mongola. Ci sediamo intorno ad un tavolone e gustiamo le ormai proverbiali specialità mongole: Buuz, hushuur, zuppe varie (che sia se le prendi vegetariane che normali sono sempre con la carne dentro) e gulash (lo so che non è un piatto mongolo ma qui si usa molto).
Passo parte del mio viaggio steso sul pavimento in mezzo agli scatoloni, approfittando del gradino di ingresso dell’autobus. Poi fa troppo freddo, la mia giacca è nello zaino stipato nel retro, così decido di rimettermi al mio posto, incastrare le ginocchia ed approfittare del caldo emanato dalla giovane e boteriana mongola seduta accanto a me. Senza troppe formalità lei si addormenta appoggiando la sua testa sulla mia spalla ed io ne approfitto per aumentare il contatto (non pensate a male, è solo pura termodinamica! All’ aumentare della superficie di contatto aumenta il trasferimento di calore!).
Giorno 2
Arriviamo verso mezzogiorno nel ridente cittadina di Moron. Ridente perchè fa ridere tutti i turisti di lingua anglosassone, dato che in inglese moron significa scemo, per il resto non c’è molto da ridere visto che è il solito polveroso squallido tentativo di urbanizzazione mongola.
Appena scesi siamo circondati da un gruppo di mongoli minacciosi che cominciano a strapparci di dosso i bagagli contro la nostra volontà. Ci mettiamo qualche minuto a realizzare che sono i vari conduttori di minibus che si contendono i pochi turisti (noi 8 praticamente) per il passaggio verso il lago. Non si pongono neppure il problema di chiederci se vogliamo andare ad Hatgal, visto che neanche il più sadico turista avrebbe motivo di fermarsi a Moron ( in seguito ne ho conosciuto uno che ci ha passato un settimana!).
Da una vecchietta mongola che era con noi sul bus, sappiamo che il passaggio in minivan costa 6.000 Tugrug, ma nessuno degli autisti, sebbene agguerriti, si degna di far pagare i turisti meno di 10.000 a testa. Alla fine accettiamo di pagare 80.000 in 8 più la vecchietta. Il nostro autista una volta caricati, ci porta vicino il black market della città. Lì approfittiamo per comprare una pentola per cucinare, ma poi rimaniamo vicino al bus ad aspettare non so cosa.
Credo che una volta caricati, ci volessero allontanare dai potenziali concorrenti, ma ancora non si partiva.
Poi dopo una mezz’ora, ci portano in un vicolo, si fermano e ci chiedono il pagamento anticipato. La cosa puzza troppo ed io con la mano infilata nello zaino preparo il mio coltellino (anche se corredato di forchetta e cucchiaio!).
Noi ci rifiutiamo di pagare prima di arrivare a destinazione, anche perché l’autista ed il complice hanno l’aria troppo truffaldina. Ci convinciamo solo quando la vecchietta sgancia i suoi 6.000, allora paghiamo purchè ci si muova.
Appena pagato scende dal minivan e va a confabulare con un altro tizio. Gli passa dei soldi e poi quest’altro sale su altro furgoncino e lo avvicina al nostro.
Il nostro autista apre il portabagagli e capiamo al volo che vuole scaricarci sull’altro furgoncino, già pieno di gente. Tutto era chiaro. Ci hanno fatto aspettare che caricassero un altro po’ di gente su un altro minivan, per poi mandarci tutti insieme su uno soltanto sovraffollato.
Noi cominciamo a protestare animatamente per la truffa (voleva i soldi prima perché altrimenti ci saremmo rifiutati di pagare tanto essendo più di nove), ma Michael scende e blocca la portiera dei bagagli urlando di andare ad Hatgal.
Tutti cominciamo a chiedere indietro i nostri soldi per mandarlo a quel paese, e solo allora decide di partire, con solo noi nove verso Hatgal.
Lui con l’amarezza di non essere riuscito a sovraccaricare il furgone, e noi con l’amarezza dell’ennesima conferma che questi mongoli non si dimostrano mai tanto onesti e gentili. Questa tendenza alla truffa sfacciata, che cercano di propinarti in ogni occasione, ti rende sempre nervoso a sull ‘ allerta ed alla fine stanca. E questo è solo uno dei tanti casi che ho avuto modo di sperimentare o che mi è stato raccontato.
Finalmente, dopo tre ore di minivan, arriviamo ad Hatgal. L’ennesimo villaggio di Ger e baracche circondate da staccionate di legno, e strade polverose.
Devo dire che, a differenza di molti altri villaggi, almeno questo sembra più pulito.
In Hatgal sono due i post più frequentati, la MS guesthouse di Gamba (tel. 98380366), e il Garage 24.
Il furgoncino ci lascia nel primo, dove ci riposiamo in una Ger per 7.000T a testa e possiamo mangiare un piatto per soli 2.500T.
Organizziamo con Gamba la spedizione del giorno dopo verso nord, lungo la riva ovest del lago.
Come stabilito con Jeremy, che dovrebbe essere già lì, chiedo di farci portare fino al campo di Ger chiamato Khirvisteg dove si può dormire a soli 5.000T, ma Gamba mi dice lui stesso, che proprio lo stesso giorno, ha dato una mano a smontare le ultime Ger di quel campo. Ad ogni modo ci sono molti altri campi ancora aperti ed allo stesso prezzo lungo la via, e quindi concordiamo di farci lasciare ad una distanza corrispondente ad un giorno di cammino a cavallo.
Mentre chiedo a Gamba se sa nulla del ragazzo di Singapore, Jeremy, altri due ragazzi australiani, che stavano usando il pc di Gamba per internet, mi rispondono che Jeremy è con loro al Garage 24 e che mi possono accompagnare.
Volendo almeno salutare Jeremy, e sapere dei suoi programmi, attraverso coi due australiani tutto il villaggio, nel buio della notte.
Il garage è più di mezz’ora di cammino, anche se il villaggio è composto da poche baracche, queste sono disperse su una ampia area, ognuna col suo minaccioso cane da guardia.
Dopo aver salutato Jeremy (che nel frattempo aveva pianificato un’altra gita sulla riva est), riattraverso da solo il villaggio, con addosso la mia più grande paura, i cani da guardia.
Io non ho paura dei cani, di solito. Ma ogni volta che mi trovo a fare trekking, l’unica vera minaccia sono sempre i cani da guardia di qualche fattoria o villa,che spesso sono senza guinzaglio e senza addirittura recinto, e quindi solo loro sanno qual’è il legittimo confine.
Il villaggio è avvolto nel buio più totale e l’unica cosa che squarcia il buio è l’abbaiare feroce di decine e decine di cani, colonna sonora di ogni villaggio qui in Mongolia.
Proprio quando riesco e trovare la strada principale e mi sento più vicino, mi salta alle spalle un cane che riesco per fortuna ad allontanare con un urlo più forte del suo, prima che si avvicini troppo. Non ci sono bastoni che posso raccogliere, così prendo due o tre pietre belle grosse per prepararmi alle prossime sorprese.
Arrivo nella mia Ger senza ulteriori sorprese, gli altri sono già tutti a letto distrutti dal viaggio.
Giorno 3
Al mattino i nostri cavalli sono pronti, Kurt e Lena decidono di andare a piedi e partono verso le 10, mentre noi tra vari ritardi alla fine si parte alle 13.00!!
Siamo in quattro, più due cavalli per gli zaini e le provviste, più due guide. Paghiamo 7.000T per cavallo.
Quando finalmente ci muoviamo, dopo aver comprato acqua e canna da pesca, le nostre guide si fermano ad un chiosco, che è l’equivalente di un McDrive a cavallo, dove i mongoli si fermano per mangiare un buuz, o un pesce affumicato.
Finalmente, dopo quest’ultima fermata si parte. I cavalli purtroppo, come tutti quelli per turisti, sono dei vecchi ronzini che non ne vogliono sapere di galoppare per più di un paio di secondi. Quando vedo che una vecchietta a piedi, in poco tempo ci supera e ci sorpassa, realizzo che Kurt e Lena arriveranno molto prima di noi, e forse ci cercheranno invano tra i campeggi.
Ad un certo punto scopro con terrore che non c’è più legato al mio zaino il mio materrassino termoisolante. Le nostre guide, sempre col sorriso sornione che i mongoli hanno verso noi turisti, fanno spallucce, come se non fosse compito loro impacchettare bene il cavallo. Ho fatto male a fidarmi, anzi peggio, loro hanno tolto il materassino dal mio zaino e lo hanno messo sotto una cinghia sulla schiena del cavallo, così è sgusciato via senza troppi problemi.
Il pensiero di passare i prossimi giorni al gelo senza un’isolamento mi rabbrividisce. Di più sono furioso in quanto il materassino è costosissimo, e l’ho comprato per il mio viaggio in Patagonia quando ancora avevo un lavoro ben retribuito. Non potrò più permettermene uno uguale. Questo episodio mi farà capire che dovrò viaggiare sempre con cose di pochissimo valore, in modo da non farmi un grosso problema quando le perdo (lo sapevo già in realtà, ma non si smette mai di imparare).
Ma intanto alle due guide sembra non fregare più di tanto, una torna indietro per una mezz’oretta, dubito che si si data veramente da fare nel cercarlo, e ritorna a mani vuote.
Arrivati nel punto che avevamo stabilito per il campeggio, riusciamo a ritrovarci con Kurt e Lena, piantiamo le tende e cominciamo a cucinare per la cena.
E’ la nostra terza serata come gruppo ma la prima in cui abbiamo il tempo di stare tutti insieme, riuniti intorno al fuoco a cercare di conoscerci meglio.
A questo punto del viaggio, Columb è la persona con cui ho parlato di più, è un irlandese distinto ma che non disprezza la battutaccia e ci facciamo sempre un sacco risate con battute sguaiate. Come ogni bravo irlandese, ogni dieci parole usa l’intercalare “Brilliant!”
Columb ha lavorato come consulente per una azienda finanziaria inglese in India, dove cercava di addestrare decine di operatori indiani a risolvere i problemi dei clienti europei al telefono. Praticamente tutti i servizi di customer service e di database finanziario del mondo occidentale sono finiti in India oramai. Scaduto il contratto, ha deciso di risalire l’Asia, attraverso la Cina, la Mongolia e poi la transiberiana, il mio percorso inverso praticamente!
Curt ed Ilya sono due giovani ragazzi americani che stavano facendo volontariato in Russia insengando inglese ai bambini.
Curt, ha appena finito il college, ed è partito per qualche mese di vagabondaggio, mentre Ilya viaggia da un po’ vivendo dell’insegnamento dell’ inglese.
Per quanto siano molto giovani, sono entrambi due ragazzi incredibilmente maturi, con un approccio alla vita altruistico e un senso dell’avventura nel quale mi ci rispecchio molto.
Elena è una giovane ragazza di Irkutsk, la città russa vicino alle rive del lago Baikal, dove lavora come guida turistica, ed ogni tanto parte per un giro per i divani del mondo.
Benchè Ilya sia americano è di origine Bielorussa, e spesso si ritrova con Elena in lunghe e pacate chiacchierate in russo . Per noi sono una risorsa aggiuntiva, visto che molta gente di una certa erà qui in Mongolia parla il russo.
Il personaggio più interessante ed enigmatico però è Micheal.
Micheal è un viaggiatore di mezza età, originario della grande mela, con un passato burrascoso ed un po’ misterioso ed un approccio al prossimo tanto aperto quanto spiazzante, senza filtri insomma!
Una mattina me lo sono ritrovato nella mia stanza nel Golden Gobi hostel in capitale, seduto nella posizione del loto sul suo letto intento a meditare. Qualche ora più tardi, mentre ero nella chillin room dell’ ostello parlava con una ragazza appena conosciuta delle sue esperienze nelle varie intentional community.
Le intentional community sono delle comunità di fricchettoni a tema, come quella dei vegetariani, quella di qualche credo particolare, quella degli animalisti, quella dei salutisti.
In una di queste comunità lui ha eseguito l’esperimento.
La prima volta, quando ero in ostello, ascoltai il discorso in modo non molto attento, poichè ero intento a scrivere al mio pc, ma ritenendo assurdo che raccontasse una storia così disgustosa ad una ragazza appena conosciuta, ritrovati lì tutti davanti al fuoco gli ho chiesto di raccontarla per bene di nuovo.
Ebbene, ha passato qualcosa come sei o dieci mesi senza mai lavarsi. Da qualche parte aveva letto che il corpo umano secerne naturalmente una specie di olio che provvede alla depurazione e alla pulizia del corpo.
La cattiva abitudine di lavarci, che noi umani abbiamo sviluppato nel corso dei secoli, ha eliminato il lavor di queste ghiandole.
Micheal conferma che, dopo qualche settimana, cominciava a secernere olio. Le nostre razioni di cibo erano contate, non potevamo permetterci di vomitare, quando davanti al fuoco ha raccontato di nuovo la storia, e quindi abbiamo tenuto duro.
E’ la mia prima notte senza materassino, ho chiesto in prestito ad una famiglia mongola un materassino mongolo, un po’ di stoffa imbottita di felto, credo. Ma in pochi minuti si impregna di umidità e forse è peggio che non averlo. Il freddo è terribile, ma riesco a dormire alla fine.
Giorno 4
Il mattino del quarto giorno, decidiamo di spostarci verso l’interno, allontanandoci dalla riva del lago per avvicinarci ad una delle numerose montagne che circondano il lago. Per dare sfogo alla nostra voglia di trekking.
Il bello di essere arrivati qui a Settembre sono i colori, che già cominciano ad essere quelli dell’autunno. Uno spettacolo cromatico, alla faccia del monotono verde e marrone!
Durante il cammino si senteno notevolmente le differenze tra i componenti del gruppo. Curt decide di seguire un percorso azimutale, cioè tagliare direttemente verso Ovest, in direzione delle catene montuose.
Con in nostri zaini facciamo un po’ fatica a muoverci tra i fitti rami di larice, e il passo di molti di noi è diverso e quindi ci distanziamo un po’.
Mentre bestemmiamo tra i vari rami ad un certo punto sentiamo Micheal urlare e dimenarsi, ci mettiamo qualche secondo per capire che è stato assalito da uno sciame di vespe, i cui alveri si annidano tra i rami e le foglie secche.
Ci togliamo le giacche e cominciamo a sbatterle addosso al povero Micheal che emette delle urla disumane per il dolore.
Quando la situazione si è calmata siamo tutti stesi per terra per lo sfinimento delle tensione. Per fortuna ho con me uno stick alla ammoniaca per le punture di insetti, che mio padre mi consigliò di comprare quando andai in Mongolia.
Il gruppo non puo’ più proseguire di molto e cerchiamo di arrivare per lo meno ai piedi della montagna.
Al bordo di un piccolo canyon formato da un fiume secco. Siamo già ad una altezza che ci permette di ammirare un meraviglioso arcobaleno sul lago.
Essendo troppo stretti nella loro tenda, Curt decide di costruire un rifugio con Ilya, per dormire all’addiaccio. Io non penso sia una buona idea, fa veramente freddo, ma Ilya confida nel gigantesco sacco a pelo comprato allo Stade Department Store, mentre Curt nella sua giovane età e nella sua determinazione.
Dopotutto la notte non è troppo fredda. Ma sarà l’ultima così mite.
Passiamo un altra serata intorno al fuoco a raccontarci storie improbabili ed a pianificare una intentional community dove lo scopo principare è fare del sesso col fondatore della community stessa. Vi lascio immaginare i dettagli.
Quando tante menti diverse si operano per riuscire a fare una qualunque operazione, dall’accendere un fuoco al montare una tenda, ecco che emergono scontri di civiltà alimentati da tutta una serie di leggende metropolitane.
Come avevo promesso ai miei amici, ho cercato delle documentazioni per spiegare due delle più assurde controversie emerse intorno al fuoco.
La prima è un grande classico: siamo stati ore a discutere sul fatto se fosse oppurtuno mettere il sale prima o dopo che l’acqua bolle.
1) Mettere il sale nell’acqua per la pasta la fa bollire prima? FALSO!
Qulacuno del gruppo sosteneva che è stato osservato che bolle prima l’acqua fredda (quanto fredda non si sa), che l’acqua calda!!
La questione era così assurda che mi sono trovato spiazzato nel dare una spiegazione. Ho provato ad usare la termodinamica ma ho rischiato di essere bruciato sul rogo per stregoneria.
Ecco qui la risposta documentata!
2 ) Bolle prima l’acqua fredda o calda? FALSO!
Ci addormentiamo abbastanza presto, per prepararci al cammino impegnativo del giorno dopo.
Giorno 5
Il mattino dopo si parte per il trekking. Poichè non vogliamo che nessuno costringa gli altri a fare cose contro la propria volontà ci dividiamo in due gruppi.
Io Curt ed Ilya puntiamo verso una piccola catene di montagne, con l’intento di perccorrerne la cresta e poi ridiscendere.
Columb, Elena e Micheal, passeggiano lungo il letto del fiume.
Razioniamo le provviste, le merendine e i pesci affumicati comprati dalla famiglia mongola sulla rive del lago.
Anche questa volta, attraversiamo l’ultimo pezzo di bosco fino alle pendici della montagna, ma dopo una mezzoretta Curt ci ha distanziati di un bel po’ ed io e Ilya rallentiamo, dopo che ci siamo imbattuti in un paio di altri alveari.
Da lontiamo vediamo Curt già quasi in cima alla montagna, noi ci arriviamo dal versante sinistro sperando di incontrarlo, ma poi rimaniamo lì ad ammirare il panorama e a pranzare.
Il lago e tutto il suo contorno ci regala un paesaggio che ripaga la fatica. Così come il lago Baikal, anche questo lago ghiaccia completamente durante l’inverno e la sua superficie è stata usata come scorciatoia dagli automobilisti mongoli, per passare da una riva all’altra.
Solo che ora questa usanza è stata abolita per non inquinare le sue acque purissime.
Questo lago si è formato nella stessa faglia faglia del lago Baikal, ecco perchè ci sono alcune leggende che credono vi sia un collegamento sotterraneo tra i due laghi.
In realtà un collegamento c’è: il fiume Egiin Gol, che porta via l’acqua dal lago, va a connettersi con uno dei tanti affluenti del lago Baikal.
A differenza di quest’ultimo, che pure ha un’ acqua purissima, ma che è bene trattare prima di bere, l’acqua del lago Hovsgol, si può bere tranquillamente così com’è, tanto è pura. Ed’ è anche buonissima.
Infatti tutti noi, esaurite le bottiglie di acqua che ci siamo portati da Hatgal, cominciano a berne senza tante storie, e nessuno si è sentito male.
Dopo una lunga e rilassante pausa sulla cime del monte, scendiamo dall’altro versante abbandondo l’idea di percorrere la cresta e di raggiungere Curt, che è ormai sparito dalla nostra vista.
Scendiamo scivolando sulle rocce molto friabili che si sbriciolano sotto il nostro peso, ed è come sciare sulle pietre. Io mi diverto a zompettare come uno stambecco in discesa, stando molto attento a non spezzarmi le ossa.
Una volta nella valle, all’inerno del bosco, riconosciamo la voce di Micheal che canta e ci uniamo a loro.
Ritorniamo al campo dove Curt ci raggiunge una oretta dopo. La temperatura comincia a calare bruscamente e si alza un vento terribile.
Le provviste sono scarse ed anche l’acqua, quindi dobbiamo cucinare usandone il meno possibile. Viene bandita la pasta, e il buon Columb ci prepara un minestrone di emergenza cucinando al meglio le verdure rimaste.
La notte in tenda è molto suggestiva e dura. Io non riesco a dormire per il freddo; dall’interno della tenda sembra di essere vicino ad un mare in burrasca, ma è il vento fortissimo che si schianta violentemente sugli alberi, sdradicandone i più deboli. Ogni tanto sento un crack.
Day 6
Il giorno dopo la decisione è unanime e sottintesa. Come degli zombi, affamati, assetati ed infreddolliti, ci riavviamo verso la sponda del lago, alla ricerca di una Ger calda. Ripercorrendo il letto del fiume fino al delta asciutto del lago, troviamo poco più a Nord, il campo attrezzato Blue Pearl.
Elena da lontano osserva le bandiere esposte sui pennoni e commenta l’ignoranza mongola sulle altre nazioni del mondo. ” Che cavolo, la bandiera della Francia è Rossa, bianca e blù… che cavolo di bandiera è rossa, bianca e verde?”.
Nonostante sia ben attrezzato (per gli standard del luogo), il prezzo è interessante 30.000 T a tenda. Noi siamo in sei e quindi il prezzo rientra nel nostro budget. Anche se ci sono solo 4 letti, non è un grosso problema dormire per terra, ora che siamo al caldo della stufa.
Appena posati gli zaini ci fiondiamo nella sala da pranzo, afferriamo i semplici menù ed ordiniamo tutto quello che c’è!
Zuppe, riso, carne, verdure, thè caldo e birra.
Questi sono i bei momenti della vita in cui riesci veramente ad apprezzare una zuppa calda.
La sera ci addormentiamo beate e rafffreddati, al caldo della Ger e delle nostre chiacchiere da caserma. Sviluppiamo una speci di umorismo da esperanto, abbastanza maschile per la verità, al quale la povera Elena non puo’ far altro che soccombere.
Day 7
Questo giorno decidiamo che ognuno se ne va per i fatti suoi. Io voglio passeggiare, tanto, lungo la riva del lago, verso Nord.
Curt e Columb provano ad utlizare la canna da pesca comprata ad Hatgal per pescare qualcosa. Nessun mongolo ci prova neppure.
Ilya ed Elena passeggiano verso sud facendosi delle lunghe chiacchierate in russo.
Io passo una giornata stupenda, passeggiando molto, leggendo, scrivendo e ascoltando musica.
Conosco un nomade, Boina, che mi offre di affittare i suoi cavalli per 5000 T al giorno. Prendo appuntamento con lui per il giorno seguente. Poi verso l’ora di pranzo, non avendo niente da mangiare e visto che tutte le botteghe lungo la strada sono chiuse perchè fuori stagione, mi imbatto in un altro campo attrezzato, con ristorante, e mi faccio un bel pranzo per pochi spiccioli.
Faccio la conoscenza di un altro viaggiatore, canadese che gira spesso, con budget molto più elevati dei miei. E’ una persona interessante che si ooccupa di finanziare e sponsorizzare progetti di ogni tipo. In Mongolia viaggia da solo con il suo autista e la sua guida.
Sebbene lungo questa avventura intorno al mondo sono solo, mi ritrovo spesso circondato da tanta gente troppo speciale perché cerchi di evitarla, ed i momenti di solitudine sono abbastanza rari.
Tra un paio di giorni sarà il mio compleanno. 32 anni. Mi ricordo che un paio di anni fa, ero arrivato in questi giorni con un grande cambiamemnto. Fino al quel momento credevo di aver raggiunto tanti obbiettivi importanti. Un lavoro ben pagato ed appassionate, una persona a cui volevo bene, una casa decorosa e alcuni buoni amici.
Ma nel giro di poco tempo la mia insoddisfazione, è cresciuta sempre più, pensavo di essermi fermato, di non riuscire più a crescere, di non riuscire ad imparare più nulla.
L’insodisfazione si è trasformate in angoscia. Mi sembrava che la vita fosse senza uscita, mi sembrava impossibile dover rinunciare ad un posto fisso, ad uno stipendio.
Tanto ero stato lobotomizzato dalla sottocultura italiana del posto fisso, che ne ero diventato schiavo. Ci ho messo un po’ di mesi, ma la sofferenza mi ha aiutato a capire, che non avevo nulla da perdere, se non la depressione.
Ho deciso di prendere i sogni dal cassetto e di fuggire, anzi di inseguirli.
E così eccomi qua, a migliaia di chilometri di distanza, senza niente di più che il mio zaino, che però adesso è pieno di speranza e di felicità. La depressione, il senso di inutilità sono completamente spariti.
Al mio ritorno, i due poveri pescatori sono ancora sulla riva del lago, ovviamente senza alcun pesce. Mi propongo di andare a comprarne altri affumicati dalla famiglia lì vicino.
Day 8
Finalmente arriva il giorno della cavalcata. Sono pieno di aspettative per i cavalli di Boina, la mia guida. Lui i cavalli non li affitta ai turisti, ma li alleva per gli altri mongoli, e quindi mi aspetto uno giovane e veloce.
Ed Infatti non mi delude.
Il mio cavallo è stupendo. Piccolo ma potente. Il mio sforzo non consiste nel farlo galoppare, ma nel tenerlo fermo. Quando non tiro le briglie, lui parte al galoppo, ed io rido di felicità mentre sfrecciamo nella selva verso il cima di un monte.
Attraversiamo una vallata dove ci sono decine e decine di cavalli selvaggi che Boina dice appartenere a lui.
Io sono ormai completamente a mio agio sul cavallo, anche la sella è comoda, e lo comando senza troppi sforzi. Sogno di ritornare qui un giorno per un paio di mesi da passare su un bellissimo cavallo come questo.
Boina mi dice che me lo venderebbe a circa 300 euro, ma penso che ci sia anche un bel margine di contrattazione.
Al ritorno dalla cavalcata, passiamo nel suo accampamento, dove faccio la conoscenza della sua bellissima famiglia. Sono l’ospite straniero. Finalmente, anche se sono un cliente, trovo un po’ di ospitalità e di felicità di stare insieme a dei semplici nomadi in questo angolo sperduto di Mongolia.
In serata ceniamo tutti insieme nel ristorante del campo e ci raccontiamo la giornata passata insieme. Nel campo, nel quale eravamo gli unici clienti fino a questo giorno, sono arrivati anche un altro gruppo di turisti. Inoltre si presenta anche il proprietario, che di solito non vive lì.
E’ felice di conoscerci, ci invita più volte a bere la Chiggins Vodka, silver, la più costosa. E’ dura cercare di non offenderlo e sorseggio molto lentamente, aspettando il momento giusto per svuotare per terra il mio bicchiere.
Il tizio è sembra il cattivo di qualche film africano con Bud Spencer. Ha un vestito da esploratore, chiacchiera facile, sempre un po’ brillo.
Ci parla soddisfatto di se del suo parco e degli altri campi che sta costruendo in altre regioni della Mongolia. E’ felice di poter parlare un po’ di Russo con Elena ed Ilya e ci fa ammirare il suo fucile di precisione russo. Anche io provo ad imbracciarlo ed a guardare nel mirino.
Day 9
Decidiamo di partire intorno alle 10 del mattino. Ho preso accordi con Boina perchè venga con 10 cavalli, noi sei più lui e gli zaini.
Il boss, il proprietario del Blue Pearl è visibilmente brillo e comincia a giocare con noi a pallavolo mentre Boina tarda sempre più.
Io provo a far chiamare Boina dal boss del nostro campo, ma non è chiaro che cosa si dicano. Lui si offre di affittarci alla stessa tariffa Boina i cavalli per i suoi turisti.
A mezzogiorno i cavalli sono pronti, ma arriva Boina al galoppo del mio cavallo. Non si capisce perché è arrivato solo ora e con solo un cavallo, ma insiste perché io prenda quel cavallo.
La cavalcata del ritorno è lunga ma divertente. Senza lungimiranza ci divertiamo a sforzare i cavalli facendoli correre al galoppo. Dopo poco più di un ora sono tutti sfiniti, e non ne vogliono sapere di camminare.
Ci mettiamo una vita a ritornare, molti decidono di scendere da cavallo per i dolori al sedere, io sto benissimo sul mio.
Poco prima del tramonto riusciamo ad arrivare ai margini di Hatgal, dove si trova il Garage 24.
Questo ostello è stato ricavato da un capannone russo, utilizzato come deposito per i camion russi che utilizzavano questa sponda del lago come via di comunicazione tra i due paesi comunisti.
Oramai non ci sono più camion, per fortuna.
La giornata a cavallo ci ha distrutto e passiamo una gran serata a base di tutto ciò che c’è di buono nella cambusa dell’ostello. Ma sono troppo stanco per aspettare la mezzanotte.
Day 10
E’ così il 23 Settembre 2009, il giorno del mio 32° compleanno, mi sveglio al Garage 24, Hatgal, Mongolia settentrionale, nel cuore dell’ Asia.
Festeggiamo tutti insieme a base di una abbondante colazione fatta di pancake e marmellata, yougurt di Yak, salsicce, uova, caffè, thè e succo d’arancia.
Ma la parte bella del mio compleanno finisce qui.
Subito dopo ci aspetta un UAZ per Moron.
Michael e Ilya decidono di rimanere ancora un po’ da queste parti, per un ritiro mistico – spirituale.
Arrivati a Moron, si ripete la solita storia. Orde di mongoli ci afferrano come zombie impazziti per farci salire sui loro UAZ verso la capitale. Noi vogliamo tornare col nostro scomodissimo, ma molto più ampio autobus.
Purtroppo l’autobus è già strapieno, e con fare sorridente l’autista ci offre qualche incastro tra gli scatoloni. Allora ripieghiamo su uno degli uaz.
Anche qui ci rifilano la solita fregatura. Stabiliamo un numero di persone ed un prezzo e poi l’ora di partenza. Nessuna di queste cose verrà mantenuta.
Rimaniamo in giro per tutto il villaggio caricando e scaricando persone nei diversi quartieri, come ad un gioco che non capiamo, fino a diventare 18 persone, più bimbi e pacchi vari.
Day 11
Arriviamo ad Ulaan Bataar nellaa tarda mattinata del 24 Settembre. Il mio mal d’auto raggiunge picchi mai provati prima d’ora. Non posso far fermare il furgone e quindi, per necessità virtù riesco, grazie a questa terribile esperienza, ad acquisire un nuovo potere. Lavorando sulla respirazione a bocca aperta riesco a vincere il mal d’auto e ad evitare di vomitare.
Una delle peggiori esperienze della mia vita, ma ero felice.




































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