Bei Jing - a spasso con Coco!

Benché abbia passato quasi due mesi in Mongolia e già penso a quando ci ritornerò, in realtà sono contento di cambiare finalmente aria, di andare incontro a qualcosa di nuovo.

E’ la parte più eccitante del mio viaggio, cambiare sempre, sorprendersi ogni giorno.

E la Cina è lì ad aspettarmi, ha tanto da dirmi, ed io tanto da imparare. Non ne so nulla.

Un’ altra caratteristica del mio viaggio è quella di arrivare  ignorando quasi del tutto il paese, e cominciare a scoprirlo poco a poco, parlando con le persone, leggendo i libri dei grandi viaggiatori mentre sono lì.

In treno per Bei Jing

Il viaggio in treno è abbastanza tranquillo. Nella mia cabina c’è un ragazzo australiano, un produttore cinematografico indipendente che assomiglia al Dr. House.

Passiamo del tempo a chiacchierare il pomeriggio nel vagone ristorante, ovviamente si parla di cinema.

In treno per Bei Jing

Il vagone ristorante è tutto decorato da legno intarsiato e i piatti mongoli sono saporiti ma costosi.

Poi parliamo del cinema di Peter Greenaway, e di un film in particolare che ha apprezzato parecchio. Mi ricordo di avere sul mio pc ancora parecchi film di questo strano regista inglese da vedere, e quando sono stanco mi vado ad accucciare sul mio letto a guardare Il cuoco, il ladro, sua moglie  e l’amante.

Nel nostro scompartimento ci sono anche altre due allegre signore australiane, attempate ma energiche, che sono partite in uno di quei giri mongoli organizzati per dai tour operator. Sono rimaste molto deluse ed hanno pagato un capitale per essere sballonzolate da una Ger ad un altra senza mai fermarsi.

Alla frontiera ci fermiamo. C’è il solito lavoro di carte coi mongoli prima e poi coi cinesi. Successivamente alla frontiera cinese perdiamo molto tempo per i controlli che sono abbastanza minuziosi, fanno aprire ogni comparto e parecchie valigie e zaini, compreso il mio.

I soldati, giovani, marziali, rigidi e freddi, palpano e scrutano ovunque come formiche operose mentre un tizio un po’ più anziano passeggia tra i vagoni con fare amichevole. Parla un po’ di inglese e mi  si avvicina mentre sto leggendo la mia Lonely Planet sulla Transiberiana.

Io la poggio sul sedile quando mi si avvicina e lo saluto. Lui, gentilmente mi saluta e mi chiede di dove sono, come per fare un po’ di conversazione. Poi senza chiedermi nulla, senza alcuna gentilezza mi passa davanti il braccio ed afferra la mia guida per analizzarla. Essendo in italiano non ci capisce niente, ma non c’è nulla da nascondere tanto.

Ho sentito storie di gente a cui hanno sequestrato al confine la Lonely Planet della Cina, perchè sulla sua mappa l’isola di Taiwan compare come stato a parte, come effettivamente è. Ma la Repubblica Popolare Cinese la reclama come sua provincia fin dalla sua fondazione, e gli zelanti militari di confine si possono sentire infastiditi dalla dura realtà.

Sulla mia guida non c’è un mappa completa della Cina, poichè copre solo le regioni della Transiberiana, e quindi il problema non si pone.

Questo episodio però mi inquieta. Sto per entrare in un paese dove hanno paura dei libri, dove ti controllano i libri.

Che in Cina non ci sia una totale libertà lo sapevo già prima di arrivarci, ma quando un ufficiale di frontiera quasi ti strappa di mano una guida turistica del cavolo per controllarla, allora ti rendi conto di quanto sia angosciante.

Dopo i controlli e i timbri sul passaporto facciamo ancora un po’ strada ed il treno entra all’interno di capannoni, dove decine di cinesi operosi in tuta arancione manovrano enormi pompe idrauliche che sollevano i vagoni, con noi dentro e chiusi a chiave, per cambiare i carrelli.

In treno per Bei Jing, cambio delle ruote!

La rete ferroviaria in Cina infatti, è diversa da quello della Mongolia e della Russia, ed è quindi necessario che il treno che arriva da Mosca attraverso la Transiberiana, cambi le ruote.

Il giorno dopo, mentre ci avviciniamo a Beijing, il paesaggio non mi colpisce paricolarmente, qualche campagna, qualche piccola collina, molti cantieri.

Attraversiamo alcune piccole città, molto anonime, ma sono eccitato nel vedere tutte quelle enormi insegne a caratteri cinesi.

Vedo delle periferie di baracche e capannoni. Operai pelle o ossa nei cantieri.

Mi accorgo che ci stiamo avvicinando a Beijing quando ad un certo punto il cielo scompare. E’ come entrare in una nuvola bianca lattiginosa.

La coltre di smog e fumi di carbone avvolge la città fin da diversi chilometri di distanza. Nell’istante in cui entriamo nella nuvola comincio a sudare per l’improvviso aumento di umidità, allora mi tolgo la felpa e rimango in magliettina.

Arrivo finalmente in stazione, sono rintronato, ma mi accorgo subito di essere in una grande città. Una città vera finalmente! Non quell’aborto socialista di Ulaan Bataar, ma una vera metropoli.

La prima difficoltà è quella di cambiare i soldi, i Tugrug mongoli. Nella mia stessa situazione una coppia di ragazzi francesi.

Nella prima banca ci dicono che non accettano queste banconote. Ci dicono di provare con la Bank of China, la banca centrale.  Vagando per il centro alla ricerca della sede principale, proviamo a chiedere ad alcune tra le altre numerose banche sulla strada.

Niente. La faccia che ci fanno gli operatori quando proviamo a mostrargli le banconote è stupìta. Innanzi tutto quando ai cinesi parli della Mongolia, loro pensano alla “Inner Mongolia” cioè alla parte della Mongolia che è rimasta sotto il loro controllo e che oggi è una regione della RPC. Inoltre, ho l’impressione che facciano fatica a concepire che i mongoli abbiano una moneta.

Insomma, alla fine anche alla banca centrale ci dicono che non è possibile cambiare quei soldi, che il loro valore  non è considerato dal sistema bancario cinese, che è sotto il controllo del governo.

Mi ritrovo così con 90 euro in Tugrug di carta straccia. Sono costretto a prelevare col mio bancomat per avere un po’ di Yuan o RMB per potermi spostare in città.

Saluto la coppia di francesi e mi dirigo verso la metropolitana per andare a casa dei miei ospiti, finalmente di nuovo col couchsurfing.

Non è stato facile trovare ospitalità: sono capitato a Beijing in un momento particolarmente importante nella storia della RPC, fra tre giorni, il 1 Ottobre, si festeggiano i 60 anni della costituzione della Repubblica Popolare Cinese.

Ogni anno la prima settimana di Ottobre è festa nazionale e tutti i cinesi viaggiano per le vacanze. Tutti vengono  in Capitale a fare il giro di questa meravigliosa città completamente stravolta, a quanto dicono, in occasione delle olimpiadi.

E gli abitanti di Beijing invece fuggono via, per non trovarsi tra la calca dei turisti.

Questi sono i giorni assolutamente sconsigliati a tutti i turisti forestieri, poichè tutti i treni e gli aerei sono pieni.

Essendo io molto flessibile non ne faccio un dramma e, anzi sono felicissimo di essere capitato in un momento tanto importante.

Sono riuscito quindi a trovare ospitalità presso due ragazzi che vivono nella prima periferia, a 15 minuti di metrò dal centro.

I due ragazzi che mi ospitano sono al lavoro quando li chiamo, invece mi viene  a prendere una loro amica, una dolcissima cinesina  di  nome Can Can, che parla un ottimo inglese. Tutti i cinesi che studiano inglese vengono ribattezzati per praticità con un nome occidentale, il suo è Coco.

Bei Jing - a spasso con Coco!

Scopro che i miei due ospiti, James e Shane, non sono cinesi, ma americani. Entrambi hanno un genitore cinese e quindi lo masticano un po’. Lavorano come manager nell’ufficio marketing di un ospedale, per conto di una agenzia Thailandese. I casini della globalizzazione cinese.

L’azienda gli ha messo a disposizione una bella ed ampia casa con tutti i confort ed uno stipendio non altissimo  ma che vale tanto qui in Cina, anche per un laureato.

Mi ospitano fino al 1 ottobre, poi devo andare in ostello perchè anche loro partono.

Poichè tutti loro lavorano, passo un paio di giorni vagando da solo per la città.

Girando per Bei Jing, la Capitale del Nord capisco subito che mi sto innamorando. Non so perchè ma mi ricorda Berlino, nuove architetture incastonate tra antichi Hutong, i piccolissimi vicoli che serpeggiano tra le vecchie casette in mattoni.

La prima sera Shane e Coco mi portano a cena in uno dei tanti ristorantini in coi tavolini per strada, vicino casa loro.

I prezzi sono follemente bassi, con 7 euro mangiamo in tre  un sacco di piatti e 4 birre, che poi sono la cosa che costa di più. Dopo due mesi in Mongolia, il cibo cinese mi sembra eccezionale, e l’idea mi sorprende. Ma non è solo perchè vengo da due mesi di thè salato e montone frollato, la cucina cinese è proprio buona, e non ha niente a che vedere con la roba fritta e rifritta che ci rifilano i ristoranti cinesi in Occidente.

Bei jing - Hotpot!!

Ci sono un sacco di verdure, tofu, alghe e riso, conditi in una maniera eccezionale, a volte un po’ troppo speziate ma buonissime.

Uno dei miei piatti preferiti diventano subito le Qie Zi, le melanzane, saltate in padella e condite con salse e spezie varie. Shane mi insegna subito ad impugnare correttamente le bacchette e nel giro di pochi minuti divento un esperto. E’ questione di vita o di morte ….di fame!

Inoltre quando i cinesi ti vedono usare le bacchette, riesci a guadagnarti molto rispetto.

Una cosa fantastica è l’ Huo Guo detto anche  Hot Pot E’ popolarissimo qui in Cina. Si tratta di un pentolone con spezie che viene messo al centro del tavolo dove un fornelletto sbuca dal basso, mantenendo l’acqua in ebollizione. Poi in base a quello che scegli ti portano insalate, funghi, alghe, spaghetti di soia o di alghe, ma anche carne, pesce, pollo e salsine varie. Poi immergi pian piano e prelevi dalla pentola quando è pronto.

A volte trovi delle sorprese…

L’ Hot Pot mi piace perchè coinvolge molto e rende movimentata la cena. Ovviamente se lo fai spesso poi ti rompi ad andare al ristorante e a cucinare pure!

Vagando per Beijing, un’ altra cosa che mi conquista sono i numerosi parchi al centro della città, con templi su isole in mezzo ai laghi.

Voglio cominciare a prendere le misure della città, a costruire la mappa nella mia mente. Per prima cosa vado nel punto centrale, un posto pieno di storia. Quando mi trovo davanti all’immagine di Mao Tse Tung, sospeso sulla porta della città proibita provo lo stesso brivido che ho provato nella piazza rossa a Mosca.

La faccia bonacciona ed angelica di Mao, è troppo vivida ma rispecchia l’amore affettuoso che il popolo cinese ha ormai verso quella che è ormai una figura pop, snaturata dalle sue effettive azioni. Il suo sguardo quasi in estasi mistica mi ricorda Sandro Bondi, il che non è proprio un bel complimento, per Mao.

Bei Jing - Turisti in festa per la celebrazione dei 60 anni della RPC.

Mi trovo in un luogo pieno di storia, e di sangue. Di fronte allo sguardo di Mao c’ è la famosa piazza Tian’ an Men (Porta del Cielo).  Ed infatti per alcune centinaia di studenti è stata letteralmente la porta verso il cielo.

So ancora così poco di questo paese, e a parte la famosa immagine del rivoltoso solitario di fronte al carro armato, non so molto di  quell’episodio.

In questi giorni, per motivi di sicurezza, la città proibita è veramente proibita, ma alle spalle c’è un bellissimo parco che circonda una collinetta con sopra un tempio JingShan Park. Dall’alto di questo tempio è possibile vedere il centro della città e gran parte della città proibita.

Accanto alla collina c’è quello che diventerà il mio posto preferito. Il Bei Hai park. Il mare del nord. (Al secondo giorno ho ormai imparato che “Bei” significa Nord!)

Un parco costruito mille anni fa. Incredibile. Gran parte del parco è costiuito da un lago che circonda un isola. Accanto al ponte che  circonda l’isola, migliaia di ninfee ricoprono il lago come un giardino galleggiante.

L’edificio più importante  è un grande palazzo in pietra bianca la cui cima a punta si può osservare da diversi punti della città.

La prima volta che entro nel parco, mi perdo passeggiando attorno al lago e poi ritrovandomi sull’isolotto, senza sapere come.

Viene sera e si sente in lontananza qualcuno che si esercita in musica lirica sulle pagode in riva al lago. La nebbia sospesa sul lago crea un’ atmosfera mistica che mi sembra catapultare nella Beijing di un altro tempo, lontana dai palazzi e dai moderni impianti delle olimpiadi.

Il giorno dopo, avido di visitare altri parchi, decido di andare a visitare il palazzo d’estate.

Visto sulla cartina tutta in caratteri cinesi che ho comprato, il parco non sembra così lontano, così mi viene la folle idea di affittare una delle tante biciclette a pochi euro, e di andarci pedalando, da vero cinese maoista.

Mi fermo molte volte cercando di capire se la strada è quella giusta e ci metto più di due ore perdendomi,  poichè arrivo nella parte Sud e trovo un ingresso solo nella parte Ovest.

Lascio la bici e mi avvio per questi viali, su strisce di terra che attraversano un lago, mentre nella nebbia riesco a scorgere i profili di ponti pagode e salici in lontananza.

Bei Jing - Palazzo d'estate

Bei Jing - Palazzo d'estate

Faccio una lunga passeggiata fino ad arrivare nella parte Nord, dove è pieno di turisti che vengono vomitati dai templi e le pagode ormai in orario di chiusura.

Mi godo il panorama, ignorando la calca e l’interno dei palazzi. Il parco mi piace così tanto che preparo un piccolo spazio nel mio cuore per custodirne il ricordo.

Bei Jing - Palazzo d'estate

Quando comincia a fare buio penso che è ora di ritornare alla mia bici, dall’altra parte del parco!

L’ingresso Ovest (Xi) è in una zona di campagna ed è difficile orientarsi. Provo a ritornare dalla strada da dove sono venuto, ma dopo un po’ mi perdo in un dedalo di rampe stradali.

Bei Jing by night

Sperando di trovare qualcuno che parli inglese, fermo delle persone. La cosa da ridere è che quando fermo delle famiglie, loro mi piazzano davanti il loro figlioletto di 8 o 10 anni per parlare con me e mettere alla prova il suo inglese.

Provo a chiedere la direzione per tornare in centro, piazza Tian’an Men, ma loro mi guardano terrorizzati. Non è possibile, mi dicono, è troppo lontano.

Io provo a spiegare che, anche se ci ho messo due ore, vengo proprio da lì.

Alla fine riesco a cavarmela e a riconsegnare la bici al negoziante che me la aveva affittata. Poi torno a casa dei miei ospiti.

La città in questi giorni è in subbuglio. La trovo in una atmosfera di gioiosa festa, tutti sono sorridenti, felici, ma soprattutto orgogliosi.

Il forte nazionalismo che si respirava già nella Russia di Putin, qui raggiunge vette incredibili. I militari e gli SWAT piazzati in ogni angolo del centro accanto a carri corazzati, sono come dei super eroi, dei divi con cui tutti vogliono fare fotografie.

Bei Jing - Turisti in festa per la celebrazione dei 60 anni della RPC.

I giovani ragazzi in divisa, immobili davanti al palazzo del governo sono l’immagine della perfetta marzialità dell’esercito cinese.

Tutta questa gente, questa imponente macchina formata da un numero enorme di persone ognuna col suo piccolo compito è la cosa che colpisce di più della società cinese.

Ma in questi giorni Beijing è una città in festa, la gioia e l’orgoglio delle persone venute da tutta la Cina è palpabile e contagiosa. Anche io sono felice per loro, partecipo al loro orgoglio di Paese emergente che si conquista un posto nel mondo.

Ogni singola strada, ogni porta o portone ha una bandiera rossa appesa. Il dispiegamento di persone, volontari e polizia coinvolte è enorme. Ad ogni angolo di strada, su ogni ponte stradale o pedonale, c’è un volontario con la divisa, che anche se non fa niente, rende l’idea della grande rete di controllo della situazione.

La fitta coltre di nebbia che circonda la capitale cinese, rende il sole una pallida luna nel cielo.

Ma la notte del 30 Settembre, una fitta pioggerellina per qualche ora si deposita sulle strade e il cielo diventa limpido. Lo sarà per più di tre giorni, pet poter godere al massimo della festa. Niente potrà rovinare la pomposa festa del glorioso partico comunista, che di comunista ha mantenuto solo il simbolo e l’autarchia.

Infatti la pioggia è stata causata artificialmente per mezzo di elementi chimici sparati nell’aria durantela notte dalla aviazione militare, in modo da alzare la temperatura di liquefazione del  vapor acqueo delle nuvole, e far precipitare tutta l’umidità nell’aria.

La mia felicità empatica verso il popolo cinese si smorza un po’ il giorno della parata.

Bei Jing - Turisti in festa per la celebrazione dei 60 anni della RPC.

Con mio grande disappunto, scopro che tutta l’area del centro è proibita al pubblico, solo le personalità di spicco di tutta la Cina possono assistere alla imponente parata. Io da bravo cinese che non conta un cavolo, me lo vedo in compagnia di Coco in televisione.

Bei Jing - Turisti in festa per la celebrazione dei 60 anni della RPC.

Vedere nel 2009 una cosa del genere fa un po’ ridere. Centinaia e centinai di reggimenti, di colori diversi che marciano col passo dell’ oca lungo Chang An Lu, il viale che passa tra l’ingresso della città proibita e piazza Tian’an Men, danno l’impressione di un popolo disciplinato, focalizzato verso il bene della nazione.

Le riprese delle telecamere dall’alto mostrano la gigantesca coreografia di centinaia di donne che, con cappelli colorati, compongono enormi caratteri cinesi con le frasi come, “obbedire”, “fedeltà al partito” o addirittura “morire per la patria”; chi lo sa, magari ai nostri amichevoli fascistelli di quartiere potrebbero stare anche simpatici questi “comunisti” cinesi.

Ma io non sono ancora pronto ad asprimere un giudizio.

Per qualche giorno voglio chiudere i miei occhi occidentali e provare a stupirmi come un qualunque cinese che non sa molto di discriminazioni, di autocrazia, di libertà di stampa. E cercare invece di capire come possono sentirsi in questi giorni, in questi anni in cui il loro paese sta dando loro delle possibilità.

Bei Jing - Turisti in festa per la celebrazione dei 60 anni della RPC.

La sera , Can Can (si legge Zen Zen) mi porta nel bellissimo Qian Hai park, un altro laghetto circondato da bar e ristoranti, le cui luci colorate si riflettono sull’acqua mossa dai numerosi pedalò che famiglie e coppiette navigano sul lago.

Bei jing - Qian Hai ( Park )

La città è stupenda, ma le persone lo sono ancora di più e Can Can è un bell’esempio della gentilezza e dell’ospitalità cinese. Sono totalmente conquistato dal modo in cui i cinesi ti accolgono, la loro totale disponibilità per un ospite venuto da lontano, quasi un dovere morale, ma fatto con gioia. E’ l’impressione che provo per questo incredibile popolo.

Il giorno seguente Coco parte per le sue vacanze nel suo paese natale, mentre io vado in stazione a recuperar il buon vecchio Curt che arriva dalla Mongolia, qualche giorno dopo di me…

Bei Jing - Turisti in festa per la celebrazione dei 60 anni della RPC.

 

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