Le foto nel treno per la Mongolia le trovate!
Le foto di Ulaan Bataar le trovate qui!
Da Ulaan Ude ad Ulaan Bataar i treni hanno solo carrozze di prima e seconda classe. Cioè solo cuccette da 4 o da 2 letti, niente Platskart.
Nella mia cuccetta mi ritrovo due facce sorridenti che mi guardano indovinando la mia provenienza latina.
Ci ritroviamo così, un italiano, un brasiliano ( Eduardo ) ed uno spagnolo (Armando), a parlare un misto di spagnolo-portoghese-italiano-inglese che ci riscalda il cuore.
Raccontiamo storie, aneddoti, e sogni fino ad arrivare alla frontiera russa.
Qui ci fanno fermare per 4 ore dopo aver ritirato tutti i passaporti. La soldatessa russa afferrà il mio passaporto e il foglio di immigrazione, io provo a passarle anche il famoso e preziosissimo foglio di registrazione, ma lei lo osserva schifata e me lo rilancia addosso. Alla faccia di tutte le preoccupazioni su questo cavolo di documento.
Ci uniamo ad altri avventurieri seduti salla banchina della stazione con l’unica opzione di comprare una birra fresca in una bottega poco lontana.
Quando ritorniamo in carrozza siamo tutti un po’ brilli, e si passa ad argomenti molto triviali che non potrei mai riportare su questo blog, ma in compenso per dovere di cronaca, o per mancanza di pudore, giriamo qualche video con la mia fotocamera. Se ci capite qualcosa….
Io ed Eduardo scopriamo di essere nati lo stesso giorno dello stesso anno, ed allora cominciamo a chiamarci hermanno, come due fratelli separati alla nascita.
Veniamo svegliati alle 7 del mattino dalla responsabile della carrozza che ci avverte che il treno arriverà in stazione in 10 minuti. Qui scopro che, anche se tutti gli orari dei biglietti russi fanno riferimento all’ora di Mosca, l’arrivo in Ulaan Bataar invece fa giustamente riferimento al fuso della Mongolia. Il brusco risveglio ci fa barcollare sulla banchina della stazione mentre veniamo letteralmente aggrediti da un’orda di mongoli che ci propongono decine di ostelli diversi a 4-6 dollari per notte in dormitorio.
Io dovrei incontrarmi con il mio ospite couchsurfer, Manlai, al quale però avevo detto che sarei arrivato 5 ore dopo!
Così mi lascio accompagnare in centro da uno dei gestori di ostello e passo la mattinata a passeggiare per la via principale.
Peace Avenue, quella che dovrebbe essere la via più importante della Mongolia, mi appare come la strada di una paese di frontiera. Piena di negozietti malandati, con l’asflato tutto da rifare, calcinacci e pozzanghere di acqua stantìa.
Nonostante l’aspetto poco piacevole sono eccittato da questa esperienza di immersione nella civiltà selvaggia.
La capitale mongola è la dimostrazione lampante della urbanizzazione forzata di un popolazione che non ne ha mai voluto saperne di urbanizzarsi.
Sono arrivato da queste parti con la stessa idea sulla Mongolia che ha la maggior parte degli occidentali. Hanno conquistato mezzo mondo un migliaio di anni fa, vabbè.. ma poi?
Il paese non è certo rimasto immune alla morsa dei due colossi comunisti che premevano da entrambi i lati.
Negli ultimi secoli, la Mongolia è stata sotto il dominio dell’impero cinese, divisa in due regioni. La Mongolia interna e quella esterna.
Approfittando della fine dell’impero e della nascita della Repubblica popolare cinese, la Mongolia esterna dichiarò la propria indipendenza nel 1911 (quella interna è tutt’oggi una regione della Cina), con il supporto della Russia zarista.
A questo punto si posero il problema di stabilire la capitale nel luogo odierno, col nome però di Urge.
Dopo qualche anno si ritrovò nel mezzo della guerra civile russa, tra esercito zarista ed armata rossa bolscevica.
In questo frangente ritroviamo due personaggi tanto importanti quanto pittoreschi della storia recente mongola.
Nel tentativo di mantenere il controllo sul territorio, il Barone Roman von Ungern-Sternberg, un mitomane sanguinario, occupa la Mongolia per conto dell’esercito zarista.
Dall’altra parte, l’eroe mongolo Sukh Bataar (Eroe Ascia), che in precedenza aiutò il suo paese a liberasi dalla schiavitù cinese, ora tenta di liberare la Mongolia dalla tirannia del barone andando a chiedere supporto all’esercito bolscevico.
E così l’eroe mongolo si ritrovò a consegnare nelle mani dei comunisti russi la sua patria, i quali per ricambiare il favore si limitarono a ribattezzare la capitale in suo onore col suo nome di battaglia Ulaan Bataar (Eroe Rosso).
Ai quei tempi la capitale era solo una agglomerato di Ger, le tende dei nomadi mongoli, attorno alle quali i più urbanizzati avevano costruito delle staccionate di legno, situazione che ancora permane nella immensa periferia.
Ai mongoli questo bastava ed avanzava. Ma il socialismo pianificato dei fratelli maggiori russi prevedeva una urbanizzazione secondo lo squisito gusto architettonico a misura della classe operaia, cioè i classici palazzoni popolari fatti di materiale così scadente che cominciavano a sgretolarsi prima ancora di essere ultimati.
Non solo non esisteva una struttura di edilizia popolare operaia, ma proprio non esisteva la classe operaia.
“A che ci servono le fabbriche se c’abbiamo le capre e i cavalli?”
Nei decenni della influenza sovietica, si è cercato di costruire fabbriche e centrali elettriche un po’ ovunque per il paese, ottenendo la tabula rasa elettrificata che ha ispirato la band alternativa italiana CCCP.
I capoluoghi delle varie provincie sono ancora più agghiaccianti della capitale, una due fabbriche, o delle miniere, qualche casa popolare, costituiscono il centro storico della città, mentre il resto sono accampamenti di Ger che, a differenza di quelle che vivono nella steppa, queste affogano tra polvere, fango e sporcizia.
Da quando, con la reazione a catena della caduta del comunismo, anche la Mongolia ha proclamato la Repubblica, si è cercato di sviluppare una economia liberista. Come più o meno è successo in tutte le altre ex-repubbliche sovietiche, si sono presentati i soliti avvoltoi occidentali, che, come consulenti, hanno depredato le risorse naturali del paese così come hanno insegnato alla classe dirigente i trucchi di finanza creativa per far magicamente sparire dai bilanci milioni di dollari di aiuti provenienti dai vari organi internazionali destinati allo sviluppo della nascente repubblica.
Così nel bel mezzo della capitale, è possibile vedere due o tre mini grattacieli a specchio in fase di completamento, che inducono a pensare alla nuova rampante economia. Poi scopri che quei palazzoni sono bloccati lì da qualche anno perché i fondi per la loro costruzione sono stati man mano rosicchiati dai soliti noti politici.
I mongoli dicono che la corruzione è parte integrante del loro sistema, c’è sempre stata fin dai tempi del comunismo, solo che ora i giornali ne parlano ogni giorno, distruggendo la fiducia che i mongoli ponevano all’inizio della nuova era democratica verso la cosa pubblica. Prima invece, col regime comunista, la corruzione c’era ma nessuno poteva parlarne, altrimenti poteva finire deportato nel deserto del Gobi (che personalmente ritengo molto più accogliente della capitale!).
Ulaan Bataar è calcinacci, polvere, l’aria irrespirabile delle centrali elettriche a carbone, praticamente in centro. Il numero elevato di persone con la mascherina ti fa pensare che forse ne avresti bisogno anche tu.
I mongoli sono pazzi di dolci. Ovunque bancarelle e chioschi vendo solo bibite, sigarette e caramelle, soprattutto chupa chups. Moltissime persone ciucciano il lecca lecca per strada.
Nelle guide si legge che nella steppa, un regalo gradito siano le caramelle per i bambini, poiché storicamente, nella dieta mongola di carne e latte, ci sono pochi dolci, e quindi ne vanno tutti pazzi. Solo che ormai in Mongolia, capitale e campagna, sembrano sommersi dalle caramelle, come se dovessero recuperare l’astinenza dell’ultimo millennio.
Nel mio mese e mezzo in Mongolia ho avuto modo di farmi un’idea abbastanza ricca di eventi ed aneddoti della vita di città o di campagna dei mongoli, e della loro proverbiale ospitalità.
Senza troppo falso buonismo, posso dire che tutti i centri urbanizzati sono molto più che brutti. Il fatto è che i mongoli non hanno il senso della struttura urbana, non si preoccupano di pianificare strade, acquedotti, servizi. Ogni agglomerato è come un enorme campo zingari, tanto per dare un esempio che più si avvicina a quello che ho visto prima d’ora.
Ma la vera tragedia è che la città sembra tirar fuori la parte peggiore del popolo mongolo.
Quando sono nella sterminata steppa, isolati fra loro, ma completamente autosufficienti, hanno carne, latte ed acqua, non hanno bisogno di molto altro. E quando un viaggiatore, mongolo o straniero che sia, si avvicina alla loro Ger, la loro ospitalità è scaturita da una naturale gioia di rompere la solitudine quotidiana e di sentire nuove storie. Infatti la prima cosa che ti chiedono quando riesci ad instaurare una comunicazione, è qualche foto del tuo paese.
La città, rende i mongoli non più autosufficienti, ma bisognosi di denaro, disperatamente bisognosi. La carne che è cibo povero di tutti i giorni nella steppa, dove hai il tuo gregge, in città te la puoi procurare solo al mercato.
Quando sono tornato dal mio primo tour di 21 giorni nella mongolia selvaggia, ho avuto la fortuna di passare ben 10 giorni nella capitale, per riposarmi e rivedere i miei appunti.
Tutti i miei giudizi si basano sulle esperienze dirette mie e di tutte le persone che ho conosciuto, non pretendo di essere oggettivo ma le storie e gli aneddoti sono così numerosi e netti che credo di potermi sbilanciare in un’analisi.
Una definizione che credo descriva molto bene i mongoli di città, o perlomeno tutti quelli che sono stati infettati dal virus del turismo, è che sono dei cash junked, drogati di contante.
Quando vedono un turista, non capiscono più niente, e cercano in ogni modo di spillargli quattrini, a cominciare da un’ animata discussione fino, nei casi peggiori di ubriachezza, alla violenza fisica.
Quasi tutti i ragazzi che ho conosciuto sono stati aggrediti di notte, mentre ritornavano all’ostello, molti hanno avuto brutte esperienze o la sensazione non piacevole di essere stati fregati dai vari tour organizzati e dai gestori di ostelli.
Ma andiamo con ordine.
Per un italiano come me, familiarizzare con la moneta mongola, il Tugrig, è molto semplice. Il suo cambio con l’euro è praticamente identico a quello della lira. Così mi limito a pensare ai soldi come se fossero lire.
Arrivato ad UB cerco contatto il mio ospite couchsurfing che mi dovrà ospitare. Già trovare ospitalità non è stato facile. Sul sito (www.couchsurfing.org) molti profili mongoli sono pieni di commenti negativi o non proprio entusiasti dell’uso che loro fanno della comunità di CS. Con la scusa di ospitare, ti spingono poi a spendere soldi in un modo o nell’altro.
Altri, come il mio ospite, organizzano veri e propri tour per i ragazzi che ospitano. In questo caso Manlai (sebbene non sia proprio nello spirito del couchsurfing) è esplicito nel suo profilo, anzi è proprio quello che cercavo, perché si è dimostrato onesto e chiaro in tutte le voci di spesa. Per questo mi sento di consigliarlo fortemente ( Manlai – tel. 976 99295803).
Se vuoi andare in giro per la Mongolia, ti puoi spostare coi disastrosi mezzi pubblici, spendi pochissimo, soffri molto (sulle lunghe distanze, molto più di quanto possiate immaginare), ma non puoi andare ovunque.
Invece se vuoi raggiungere le mete più sperdute, l’unico modo è affittare un mezzo, meglio un leggendario UAZ, il furgoncino dell’armata russa, con tanto di autista mongolo (40-50 USD al giorno) e dividere la spesa con altre persone (fino a 6 si sta comodi).
Basta poi aggiungere il carburante e le provviste, e le spese rimangono molto contenute.
Si può dormire in tenda dove capita, o farsi ospitare in campi attrezzati di Ger, o dalle famiglie nomade che hanno una tenda in in più per pochi spiccioli (5000 lire a testa!), ed andare a cavallo per lo stesso prezzo.
Nella mia avventura mongola si unisce Clare, la mia amica irlandese, conosciuta alla fine del mondo, in Ushuaia lo scorso capodanno. Prima tra tutti i miei amici, ha raccolto l’invito ad accompagnarmi per un breve tratto del mio viaggio.
Ho solo pochi giorni per capire la situazione e provare ad organizzare un tour. Con Manlai posso organizzare tutto su misura, ma se siamo solo in due il costo per persona è troppo elevato, devo trovare altra gente.
Mi faccio un giro in centro verso il Golden Gobi Hostel, dove so che si trova Armando, l’amico spagnolo conosciuto in treno.
Infatti lo trovo proprio all’ingresso dell’ostello dove stabiliamo di incontrarci la sera per una serata latina io, lui ed Eduardo.
Intanto mi do da fare per raccogliere informazioni. L’ostello, forse il più carino ed accogliente di UB, è un crocevia di viaggiatori, che si fermano per uno o due giorni e partono per un tour.
Il vero business della maggior parte degli ostelli e delle guesthouse in realtà è il tour e non il posto letto.
Lo capirò in seguito quando vedrò che rifiuteranno il posto a gente che non va in tour con loro, nonostante ci siano posti liberi, me compreso.
Qui conosco due ragazzi, un irlandese di Cork, Carl ed una bianchissima ragazza di Camden Town, Londra, di nome Candy, appunto.
Loro hanno già pianificato un tour con l’ostello di ben 21 giorni, con la possibilità di dividerlo in due parti. Infatti Clare e altri due ragazzi, Sebastian e Aylin, hanno meno giorni a disposizione e decidono di unirsi solo per la prima parte.
La storia di questa lunga avventura la rimando al prossimo post.
Quando torniamo, dopo tre settimane, tutti i miei dubbi sui tour si sono ormai risolti in certezze.
Anche se alla fine è stata una bella esperienza ed ho visto posti magnifici, non sono rimasto molto contento di quello che ho pagato per essere stato tenuto sempre dentro il furgone.
Abbiamo passato la maggior parte del tempo nel furgone, nonostante ci sia stato detto che avremmo dovuto dormire sempre in Ger e andare a cavallo per diversi giorni (almeno questo è quello che Carl mi aveva detto). Su 21 giorni abbiamo dormito solo 6 giorni in Ger, gli altri ho dormito nella mia tenda, mentre siamo andati a cavallo solo un giorno e mezzo.
Quando sono tornato ho provato lamentarmi di questo con gli organizzatori del Golden Gobi (qui trovate i commenti molto illuminanti di altre persone, in alcuni dei quali mi riconosco molto!), ma mi è stato detto che il prezzo al giorno è sempre quello, indipendentemente dal fatto che si vada a cavallo, o hike o si rimanga nel furgone.
Confrontandomi con altri ragazzi che avevano fatto altri tour sono arrivato alla seguente conclusione.
Noi pagavamo una cifre giornaliera (27 euro al giorno quando eravamo in 6 e 36euro nei successivi giorni quando eravamo solo in tre), per pagare il furgone, la benzina, l’autista, le provviste e la guida che fungeva anche da cuoca.
Tutto quello che facevamo extra, come andare a cavallo, dormire in Ger, o eventualmente dormire in ostello, veniva coperto ed era incluso nei soldi che avevamo già pagato.
Così, benché il nostro autista e la nostra guida siano state delle splendide persone, e ci siamo divertiti molto, ho avuto l’impressione che provassero a tenerci il più tempo possibile dentro il furgone, e a farci dormire in tenda. Tutto quello che non spendevano infatti rimaneva a loro, anche risparmiando sul cibo.
Questa, benchè appunto sia solo una mia impressione, è la stessa che hanno avuto anche altri ragazzi in altri due diversi tour, con altre guide.
Infine una cosa che mi ha messo a disagio, a me come ad altre persone, è la velocità con cui cambia l’atteggiamento di questi mongoli del mondo turistico quando si parla di soldi. Prima sono amiconi ed affettuosissimi, ma quando c’è qualche cosa che non va, o che vuoi protestare per qualche motivo, diventano aggressivi. E’ una cosa veramente che ti spiazza, che ti fa stare male perché per un momento credevi di essere tra amici e poi te lo mettono in quel posto.
Qualche giorno dopo il tour ho il piacere di ritrovarmi con Sebastian (che tra le altre cose mi ha consigliato i bellissimi Girls in Hawai!), e gli dico le mie impressioni negative sui mongoli incontrati fin’ora. Lui ci tiene a darmi la sua versione positiva, e, anche se è l’unica voce fuori dal coro, per completezza ci tengo a riportare la sua bella esperienza.
C’è da dire, a conferma della mia tesi, che il suo splendido rapporto con i mongoli lo ha avuto in ambito di volontariato, lavorando agli scavi archeologici vicino Harhorin, insieme a studenti mongoli e tedeschi. Quindi forse è vero che il turismo ha creato una forma di violenza verso di noi.
Tra le tante interessanti e simpatiche persone conosciute, passo delle piacevoli giornate con due pazzi ragazzi inglesi Seb e Jim, una ragazza svizzera Tamara ed un ragazzone americano, Damien.
Damien come molti altri avventurieri che ho incontrato ad Ulaan Bataar in questi giorni, è arrivato attraverso le strade più impervie dell’est Europa, attraversando gli Urali sopra una utilitaria con altri ragazzi, partecipando alla manfestazione benefica Mongorally.
Centinaia di team più meno disorganizzati, partono dall’Europa e si danno appuntamento ad Ulaan Bataar. Le tappe e i percorsi sono a discrezione dei concorrenti. L’importante è arrivare. I soldi dell’iscrizione e della vendita dell’auto vanno in beneficenza.
Una sera, prima di separarci andiamo a prendere una birra in una discoteca a due isolati dall’ostello. Come al solito verso la mezzanotte io mi ritiro con gli occhi semichiusi, mentre gli altri rimangono ancora in giro.
Il mattino mi sveglio con Tamara tremante, che dormiva sul letto a castello sopra il mio, ancora abbracciata a Damien.
Verso le 4 sono rientrati ed assaliti da due mongoli, uno enorme ed uno più piccolo. Il grosso fingendosi ubriaco ha abbracciato alle spalle Damien bloccandolo e cercando di sfilargli il portafogli. Damien, che è stato diversi anni nei marines, ed è ben addestrato, si libera facilmente dalla presa, ma il mongolo gli sferra un pugno rompendogli il labbro. Damien allora si sente autorizzato a darci giù pesante, e preso dalla rabbia afferra il bestione per il collo e comincia a picchiarlo ripetutamente sull’orecchio. Il bestione incapace di reagire comincia a piangere mentre Damien ride con gli occhi iniettati di sangue.
Nel frattempo Tamara sferra un calcio al complice smilzo che tenta di attaccare Damien alle spalle.
Ormai sembra di essere sotto attacco. Non passa serata senza che qualcuno subisca una aggressione, fino a quando, una sera, riescono addirittura ad entrare nell’ostello, rubando soldi, equipaggiamento ed anche camere fotografiche degli ospiti.
Ma non è solo una questione di soldi.
E’ vero, più volte mi è capitato di essere fermato da giovani ragazzi per strada ansiosi di esercitare il loro inglese scolastico di “Hello“, “what’s your name” e “how are you“, ma mi sono anche capitate un paio di esperienze che mi hanno fatto pensare ad un odio viscerale verso lo straniero, c’è chi dice scaturito da un senso di inferiorità.
La seconda sera ad UB, organizziamo una serata insieme io Eduardo e Armando. L’idea è di una birra insieme, ma la speranza è di andare in qualche locale e conoscere magari qualche ragazza. Alle 11 di sera tutti ristoranti del centro sono chiusi, ed anche farsi una birra è difficile, ma troviamo una specie di Pub sulla Peace Avenue.
Grazie ad un po’ di fortuna e alla incredibile faccia tosta di Eduardo, conosciamo tre giovanissime ragazze (mi sentivo veramente imbarazzato ad attaccare bottone, ma qui già a 25 anni sono tutte sposate!) che ci portano a ballare allo String, un disco pub, dove suonano pezzi dal vivo, classici pop e rock.
Alla fine della serata, dopo qualche birra ed una carissima bottiglia di schifosissima vodka, i camerieri ci portano il conto, anche se non lo abbiamo chiesto. Ci dicono di che stanno chiudendo, anche se sono rimasti altri due o tre tavoli che rimangono tranquillamente indisturbati. Noi paghiamo ma ci tratteniamo ancora un po’. Da un tavolo poco lontano due uomini di mezza età, con tanto di mogli al seguito, visibilmente ubriachi cominciando ad urlare verso di noi. Noi capiamo solo “Fuckin Yankee… go home!“
A parte la comicità di sentirsi dare degli Yankee ad un italiano, un brasiliano ed uno spagnolo, noi non prestiamo molta attenzione al fatto, ma le ragazze che prima rispondo a tono, ci invitano anche loro ad allontanarci, per evitare problemi.
Così torniamo in strada alla ricerca di un taxi, ma veniamo fermati altre due volte da ragazzi che ci urlano dietro, insultando anche le ragazze che sono con noi.
Anche la mia ultima sera ad Ulaan Bataar si conclude allo stesso modo. Io ed altri amici, compagni della mia seconda avventura mongola sul lago Hovsgol, andiamo a prendere una birra per una chiacchierata al Pub Ceco in centro. Al tavolo accanto a noi ci sono due ragazze che starnazzano e provano tutto il tempo le loro bruttissime suonerie al cellulare.
Dopo un paio d’ore cercano di attaccare bottone, ma in un modo alquanto strano. Provano a parlare in tedesco, poi in russo, con un amico francese che parlava non so quante lingue. Gli dicono che stiamo parlando troppo forte e che gli diamo fastidio. Sono ubriache, e non si capisce se vogliono conoscerci o picchiarci. Il francese, molto gentilmente cerca di capire cosa vogliono, ma dopo un po’ rinuncia, saluta e ritorna al nostro tavolo. Ecco allora di nuovo la solita pioggia di insulti verso lo straniero, e puntualmente arrivare il conto col cameriere che ci comunica la chiusura. noi usciamo ma le due ragazze rimangono dentro a bere.
Io non lo so se sono stato sfortunato, così come quasi tutte le persone che ho incontrato, ma se devo tirare le somme sulla mia esperienza il mio giudizio sui mongoli è fortemente negativo.
Ma persino ad Ulaan Bataar, si può fare qualcosa di carino, e spendere un paio di giorni. Ci sono tre o quattro musei. Io ne ho visitati due, quello di storia naturale, e quello nazionale, antropologico e culturale della mongolia.
Il primo è un esempio del cattivo gusto che può avere un popolo di nomadi e cacciatori, con animali di tutti i tipi macabramente impagliati, ma anche qualche fossile e molti minerali.
Il museo nazionale invece l’ho trovato molto interessante e mi ha fornito molti spunti sulle mie ricerche e i miei appunti su Chiggins Khan e la storia dei Mongoli.
Per tutte le strade della mongolia, di città o di campagna, è facile imbattersi in carte da poker, più numerose delle cicche di sigaretta. Comincio a pensare che ci sia un significato nascosto nel tipo di carta che trovo nei vari luoghi della città. Il 10 di picche alla stazione degli autobus sud, la regina di cuori davanti allo state department store, il re di quadri nel parco giochi.
In UB ho fatto la mia prima visita ad un tempio buddista, dove numerose persone andavano a rendere omaggio non so a quali divinità, sono ancora completamente a digiuno su questa roba. I piccioni sono però i maggiori beneficiari del rispetto che i credenti buddisti hanno per tutte le creature viventi, e mangiano a quattro palmenti i mangimi che si vendono all’interno del tempio.
Lo stesso rispetto che hanno i piccioni è però precluso ai pedoni. Attraversare una strada ad Ulaan Bataar può essere molto pericoloso. Se c’è una macchina in arrivo stai sicuro che non rallenta, anzi, a volte accelerano zigzagando per avvertirti che devi toglierti dalla strada.
All’inizio lo percepisci come un segno di incommensurabile inciviltà, ma poi quando ti accorgi che i mongoli hanno imparato questo comportamento facendo scappare greggi di pecore e capre accelerando sulle mulattiere che si ostinano a chiamare strade nazionali, allora riesci persino a giustificarli. Per loro, buddisti di campagna, pedoni, pecore e capre sono tutti uguali.
Una cosa veramente pericolosa sono i tombini. Spesso sono lasciati aperti e scoperti, non solo in periferia, ma persino in centro. Per diversi giorni il tombino davanti alla French Bakery è rimasto senza copertura, nel bel mezzo della strada. Io non ci sono finito dentro per miracolo. E ci posso scommettere che di notte, senza quasi illuminazione, qualcuno si sia spezzato le gambe.
In periferia molti tombini sono perennemente aperti. Sono infatti l’ingresso ad un mondo sotterraneo che accoglie decine e decine di disperati che, soprattutto d’inverno cercano di ripararsi dal freddo, mentre d’estate li trovi addormentati tra la polvere e la sporcizia ai lati delle strade affollate, tranquilli come angioletti.
I mongoli (così come i cinesi e i giapponesi) vanno pazzi per il karaoke. Ogni isolato ci sono decine di locali karaoke, aperti tutto il giorno e chiusi la sera. Così senti il pomeriggio persone cantare a sguarciagola le solite maledettissime 4 canzoni pop mongole.
Perchè io posso perdonare tutto ai mongoli, l’avidità, la violenza, la disonestà. Ma il fatto che in ogni strada, ogni locale, ogni telefonino, ogni maledetta persona, dal tassista di città, alla guida a cavallo sui monti, fino al nomade del Gobi, cantano o fischiettano la stessa melensa canzone (pubblicata da ben DUE anni), questo proprio non lo posso sopportare. Vi giuro che non esagero!
In un centro culturale buddista, provo a frequentare una lezione sulla meditazione. La lezione, tenuta da una monaca australiana di mezza età, comincia con una introduzione sul senso della meditazione, la ricerca delle felicità e la meditazione che mi trovano molto d’accordo. Che si sia buddisti o no, la meditazione è un potente strumento per allenare la mente alla concentrazione.
Purtroppo, i tentativi di raggiungere uno stato di grazia meditativa sono stai impediti dalla scomodissima posizione che dovevo mantenere. Quindi l’unico commento che, di ritorno all’ostello dopo la lezione, ho dato ai miei amici che mi chiedevano com’è, è stato “doloroso” !
Un’altra delle attrazioni di UB è il cosiddetto black market. Uno pensa che sia un mercato dove si vende roba illegale o rubata a poco prezzo. Invece è un semplice ma immenso mercato all’aperto, dove puoi trovare di tutto, dai vestiti all’equipaggiamento per camping, fino ai tessuti.
Non è poi tanto più economico dei negozi del centro, ma in compenso è MOLTO rischioso.
Benchè sapessimo che i borseggiatori fossero sempre in agguato al black market io ed un amico americano, Javier, ci inoltriamo con molta tranquillità. Javier si permette persino il lusso di scattare qualche foto dal suo Blackberry, l’unica cosa di valore che ha con se e che tiene sempre tra le mani in tasca.
E’ questione di pochi secondi, in cui allontana la mano dalla tasca della felpa, sebbene dopo averla chiusa con lo zip. Nemmeno cinque secondi dopo ripone la mano in tasca, la zip aperta e il cellulare sparito.
Javier è disperato, non solo per il cellulare, ma per tutte le foto della sua avventura nel Mongorally. Cerca di esprimersi a gesti con tutti i mongoli lì vicino, sperando che ci fosse qualche contatto col borseggiatore. E’ disposto a pagare per riavere il suo Blackberry.
Uno strano tizio, che era fermo impalato proprio a non più di tre metri da dove è successo il fatto, ci chiede se vogliamo andare alla polizia. Javier allora si convince che la polizia possa metterlo in contatto col ladro.
So che sembra assurdo come ragionamento, ma in quella situazione così surreale la logica non era proprio lineare.
Il tizio ci porta in uno scantinato all’interno del black market, io temo ad un agguato, invece vedo che c’è proprio un logo della polizia mongola.
Ci porta all’interno di una piccola cella, attraversando un labirinto sotterraneo. Muri spogli e scrostati, verdini e bianchi come un ospedale, uno specchio, una sedia ed un tavolino con un mongolo vestito sportivo. I due mongoli confabulano, si fanno una risata e ci guardano, ma non ci chiedono niente.
Poi arrivano altri due. Uno con jeans neri, maglioncino beije e giacca di pelle nera. E’ magro eccetto per la pancia pronunciata. Si mette davanti allo specchio, si aggiusta il pantaloni, una grattatina al pacco poi si scaccola, e sempre ammirandosi nello specchio si passa la mano sui capelli.
Gli altri mongoli intanto ancora confabulano e tornano a guardarci ridendoci in faccia. Arriva una donna, con stivali neri e minigonna jeans, prova a parlarci in inglese e ci chiede di scrivere il numero, il modello del cellulare e la descrizione dello scippatore. Proviamo per po’ a spiegare che non sappiamo chi sia stato. Poi Javier insiste nel chiedere di pagare per riavere il telefono. Ci dicono ci aspettare. Per Javier questo è buon segno, vuol dire che stanno andando a contattare qualcuno per lo scambio.
Nel frattempo entrano diverse persone, tutte vestite in modo casual sospetto. Il loro abbbiglimento così marcatamente casual, mi suggerisce che siano poliziotti in borghese, ma non lo saprò mai con certezza.
Tutti si appoggiano al muro riempiendo il perimetro della stanzina. Tutti più o meno in silenzio. Tutti ci fissano. Ogni tanto qualcuno mormora qualcosa, e tutti ridono, ma sempre guardando me e Javier.
Io non ci capisco molto e non mi va di essere preso per il culo, ma non voglio nemmeno soffocare le deboli speranze di Javier, così rimaniamo una buona ora ad aspettare.
Ma non succede nulla, almeno nulla che ci aiuti a ritrovare il cellulare. Sempre un via vai di persone, che però non fanno altro che appoggiarsi al muro e fissarci.
Alla fine dopo numerosi altri tentativi, Javier rinuncia e lascia la sua mail, il numero di telefono dell’ostello e il mio, sperando di essere richiamato.
Io ho la sensazione di avere appena abbandonato un set di David Linch, e quando esco trovo per terra, davanti all’ingresso, l’immancabile carta da poker. Un joker.
Gli ultimi giorni, io Curt e Columb, dopo essere stati rifiutati dal Golden Gobi Hostel perchè eravamo andati in tour per conto nostro, troviamo rifugio in una simpatica guesthouse, sempre lì vicino. E’ in pratica un appartamento, dove la gentilissima mamma Betsy, coi suoi due figli di 10 anni, subaffitta tre camere con letti a castello per 5$ a notte. Lì posso addirittura usare il forno per preparare i bucatini al forno che avevo promesso per festeggiare il mio compleanno.
Benché non fosse proprio bellissimo, mi sentivo finalmente di consigliare almeno un posto carino, finalmente avevo trovato la semplice e genuina ospitalità mongola.
Purtroppo, una volta reincontrato Curt in Cina, qualche giorno dopo, mi sono dovuto ricredere anche su Betsy. Per ben due volte, sono spariti i soldi sia di Curt che di Columb dalla loro stanza, quando non c’era nessun’ altro ospite nella casa.
Il povero Columb non solo aveva perso due o trecento euro, ma era appena stato reduce da una rapina con pestaggio mentre rientrava di notte davanti all’ostello.
Insomma uno schifo.
L’ultimo scherzo dei mongoli me lo sono ritrovato una volta a Beijing. Io sono solito cambiare i soldi nel paese di arrivo, perché fin’ora l’ho sempre trovato più conveniente. Ma in Cina, dove tutte le banche sono sotto il controllo del governo centrale, il cambio con la moneta mongola non è nemmeno contemplato. Tutti i bancari con cui ho parlato osservavano basiti le banconote con Ghiggis Khan, ed io non capivo se si domandassero dove fosse la Mongolia o semplicemente si meravigliassero che i mongoli avessero una moneta.
Così mi sono ritrovato in Cina con 90 euro in Tugrug, dove valevano meno della carta igienica, ma questa è un’altra storia…
Post scriptum:
in questo post ho riassunto tutta la mia esperienza (per lo più negativa) nella capitale mongola, che è solo una parte di tutto il mese e mezzo che ho trascorso in Mongolia. Nei prossimi post invece vi parlerò dalla parte meravigliosa…



















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