L’avventura riserva molte sorprese e molte possibilità di esperienza. Con lo spirito con cui sono partito per questo viaggio, ho deciso di provare tutto quello che mi si presentava davanti, con coscienza ma senza troppe paure.
Mentre ero a Beijing, fin dai primi giorni mi è venuta in mente una idea malsana. Vedevo e sentivo di gente che viveva qui in Cina insegnando l’inglese.
La mia sfortuna di non essere un madrelingua inglese mi ha impedito di prendere seriamente la possibilità di trovare una occupazione di questo tipo, eppure, setacciando la rete, sono riuscito a trovare un annuncio, lo stesso ripetuto in due o tre diversi forum di una scuola cinese che cercava urgentemente un insegnante madrelingua di italiano.
Non avendo niente da perdere, ho inviato una mail con la richiesta di informazioni.
Devo dire che i soldi non erano proprio un granché, ma la vita qui in Cina non è molto costosa, ed inoltre mi offrivano una casa tutta per me.
Per qualche giorno ci ho pensato su. Ad un certo punto mi sono detto che forse era un po’ troppo presto per fermarsi, in fondo non sono passati che pochi mesi da quando mi sono licenziato e già mi sottometto alla routine di un lavoro?
Eppure l’incontro con Jeff e Raul mi ha fatto pensare alla stupenda esperienza che avrei potuto fare. Anche se mi sarebbe mancato il viaggiare per un po’ avrei messo nel mio zaino e sul mio diario questa altra incredibile avventura che forse non avrei più ripetuto in tutta la mia vita.
Allora mi sono deciso ad accettare, con molta, forse troppa umiltà devo dire. Conscio della mia assoluta inesperienza, non me la sono sentita di trattare sullo stipendio, anche se forse avrei potuto strappare qualcosa in più.
Maria, la professoressa cinese di italiano mi contatta e mi dice che tipi di documenti servono. In particolare mi richiede un certificato medico che posso fare anche a Beijing, questo certificato è richiesto per ottenere un visto di lavoro in Cina.
Trovo, dopo alcune peripezie, il centro dove effettuare le analisi. Arrivo il mattino tutto spavaldo, a digiuno e mi chiedono la bellezza di 85 euro. Un prezzo tutt’altro che cinese.
Ma la procedura è incredibilmente assurda. Dopo pochi minuti di attesa mi chiamano e nel giro di 6 minuti scarsi eseguo 7 analisi diverse: prelievo del sangue, elettrocardiogramma, radiografia del busto, esame della vista, otorino, peso ed altezza.
Tutte in stanza diverse, ognuno mi spedisce nella stanza successiva di corsa tanto che ad un certo punto comincio a ridere come un matto ed i medici cinesi ridono con me, senza che ne capiscano il perché.
Dopo 4 giorni vado a ritirare le analisi. Mi hanno controllato l’HIV e qualche altro valore del sangue.
Poi, dopo aver accompagnato Raul all’aeroporto, prendo il mio treno per la provincia di Shandong, destinazione Zibo.
Arrivo di sera, dove la mia futura collega mi accoglie in stazione e mi porta subito nella mia nuova casa. Ampia ma un po’ triste, senza quasi arredamento.
Il giorno dopo riesco a vedere dove sono, il mio quartiere.
Sono in una periferia di palazzoni nuovi ed altri in costruzione che avanzano lungo il confine tra la città e la campagna. Maria mi dice che quasi tutti gli abitanti della zona sono contadini, ai quali hanno comprato le terre in cambio di due o tre appartamenti. Vivono dell’affitto del secondo e terzo appartamento, che non è molto, e di una specie di pensione statale per i contadini senza terra. Ora non hanno più le terre da coltivare ed un minimo di sussistenza, passano tutto il giorno a giocare a dama cinese, a bere nei ristorantini improvvisati tra i palazzi, o a carte.
Di fronte al mio portone, dalla mattina alla sera sono accampati dalle 3 alle 10 persone, che vivono attorno ad un piccolo tavolino di legno e diversi sgabelli cinesi. Coi bambini in braccio, mentre puliscono le verdure o lavorano a maglia, giocano od osservano gli altri giocare a carte. Ogni giorno, tutto il giorno.
Quando la temperatura cala bruscamente dai 20 ai -5 °C, la compagnia si trasferisce in mezzo alle scale. Tanto che devo far fatica a passare ogni mattina tra di loro, anche se ormai ci ho fatto l’abitudine.
L’impatto con i miei studenti è stato bellissimo. Per i cinesi vedere uno straniero è sempre una grande novità. Soprattutto in paesi di provincia come questi.
Qualunque cosa faccia o dica vengo sempre accolto con un “ooooo“. Come un panda che fa le capriole.
Mai avrei pensato nella mia vita di insegnare, ancor meno di insegnare italiano, ed ancora più assurdo di insegnare italiano in Cina.
Ma non sono sempre tanto sicuro di esserci portato, questa esperienza mi serve anche in questo. Ci sono certi giorni che mi chiedo se davvero sto insegnando qualcosa, altri invece mi danno più soddisfazione. Ad ogni modo c’è sempre una buona dose di divertimento per me, ed anche loro provo a non farli annoiare mai.
Nella prima settimana di insegnamento hanno fatto di tutto per dimostrare la loro gioia di avermi con loro. Una studentessa ha invitato tutti ad un pranzo, in una sala privata della mensa, dove, con una cerimonia tipicamente cinese mi hanno messo al capotavola del tavolo rotondo (che corrisponde al posto di fronte alla porta di ingresso) e circondato da tutti gli studenti.
Qui ho scoperto un’altra caratteristica cinese. Quando sei invitato a pranzo, è importante far vedere all’ospite che non si bada a spese e vengono ordinati tutti i piatti più costosi. Purtroppo non sempre i piatti più costosi sono quelli più “desiderabili”.
La prima portata, oltre a qualche piattino di verdurine sott’olio, è un enorme scodella che, posata sul tavolo rotante, viene subito fatta ruotare per tutto il tavolo fino ad essere sottoposta al primo assaggio dell’ospite, cioè io.
Nella scodella vedo spuntare una grossa gobba scura e dall’aspetto solido, come una corazza. Capisco cos’è solo quando uno studente mi versa nella mia ciotola un po’ di brodo con una piccola zampetta grinzosa con tanto di unghie. Hanno appena cominciato ad imparare l’italiano, non sanno tradurre TARTARUGA.
Lo shock non è poi così forte, e calato ormai nella parte del viaggiatore intraprendente, succhio il brodino, non male, e mi ciuccio anche la zampetta, con fare sicuro.
Ma il peggio deve ancora arrivare.
Dopo una portata di granchi belli grossi, è arrivato quello che mai mi sarei aspettato in un piacevole pranzo tra studenti. Un piatto pieno di cavallette, di grilli e bruchi giganti!
Tutti impastellati e fritti.
Io li guardo e sorrido come un ebete, come se fosse uno scherzo. Non penserete che li mangi.
Ma proprio gli studenti accanto a me afferrano con le loro bacchette due cavallette e se le ficcano in bocca con voracità guardandomi con la gioia negli occhi. E’ buonissimo, prova, prova.
Io ho una specie di shock culturale, so che il problema è tutto nella mia testa, ma proprio non ci riesco. Ho un conflitto nervoso tra la mia voglia di avventura e il mio senso del disgusto che fanno a botte nel mio cervello e comincio a sbattere le mani in testa al pensiero di quello che sto per fare.
Afferro una cavalletta e me la ficco in bocca.
Niente male!
Ma una basta ed avanza. Il sapore in realtà è quello della pastella fritta che ricopre la cavalletta e che rimane bella croccante.
Più tardi, provo anche a dare un morso ad un bruco, ma il sapore dolciastro e le sinapsi completamente impazzite del mio cervello mi danno un definitivo stop.
Poi per fortuna ci sono altre cose più normali. Pesce, verdure con vari tipi di carne e diverse tipoligie di tofu, alghe. Il tutto abbastanza piccante.
La sera di Halloween, i miei studenti vogliono festeggiare insieme a me, che essendo straniero, sono il simbolo più vicino a questa festa che per loro è pura e semplice festa commerciale recentissima (come da noi in Italia tra l’altro).
Quando io e Maria, l’altra insengante, arriviamo in classe, alle 7 di sera, ci accolgono al buio e ci riempiono di schiuma spray.
Mi ritrovo così ad una vera e propria festa delle medie.
Con i ragazzi da un lato e le ragazze dall’altro. Ed una vera organizzazione di giochi, canti, esibizioni musicali. Inoltre mi viene proposto anche un incontro di lotta libera con lo studente campione in carica.
Quello che dopo pochi giorni mi salta gli occhi, è che i miei studenti, sebbene abbiano dai 18 ai 22 anni, hanno quella innocenza ed anche gli stessi interessi dei ragazzi di 13 anni!
Wo Shi Laoshi – La festa delle medie from Sergio Rufini on Vimeo.
La notte di Natale mi hanno invitato al KTV (il karaoke TV), dove mi hanno accolto con la canzone di natale che gli ho insegnato, per farmi sentire un po’ meno nostalgia di casa mia!
Wo Shi Laoshi – Natale al KTV from Sergio Rufini on Vimeo.
Appena arrivato a Zibo, Maria mi porta nell’ufficio del progetto Marco Polo. Sebbene si svolga all’interno del Politecnico di Shandong, il nostro corso non è un corso di laurea, ma un progetto speciale ( privato ) che permette agli studenti cinesi dii andare a studiare in Italia. Il progetto prevede un anno di formazione qui in Cina e poi assistenza per l’iscrizione all’università in Italia, e per tutto il periodo che si troveranno lì.
Il contratto, come dicono, standard, è qualcosa di veramente lontano dai nostri contratti. Non ci sono tante tutele per me, eppure, rispetto ai cinesi, è oro.
Tanto per fare un esempio. Se mi ammalo, il primo giorno mi pagano, il secondo al 50% fino al terzo. Poi dopo quindici giorni non mi pagano più, e dopo un mese mi licenziano.
Probabilmente è lo stesso trattamento che hanno i lavoratori a progetto in Italia in questi giorni.
Vengo pagato 450 euro al mese, per un massimo di 20 ore a settimana di lezione. Poi ho una casa grande con tutte le spese.
Se si vive come un cinese, sono un sacco di soldi. Io però cerco di spostarmi nei week end, quasi mai ho voglia di cucinare a casa e, quando lo faccio, provo a farmi della pasta al sugo, che si trovano, insieme al formaggio, in certi supermercati specializzati a peso d’oro.
Mettere da parte soldi per il futuro è dura, ma sono qui più per l’esperienza che per far soldi.
La domanda che si faranno in molti è: come diavolo si fa ad insegnare italiano ai cinesi se non sai parlare in cinese?
Ovviamente siamo in tre insegnanti. Due sono cinesi, ma parlano bene l’italiano. Loro insegnano la grammatica e le frasi, i modi di dire. Io mi occupo di far fare loro pratica con la pronuncia e la comprensione.
Ogni tanto sento qualche lieve inflessione barese nella pronuncia dei miei studenti, e penso che sto creando dei mostri!
Per tradizione e praticità chi studia inglese si sceglie come prima cosa un nome anglofono, e quindi i miei due colleghi hanno anche loro nomi italiani. Anche perché sono stati alcuni anni in Italia, per poter migliorare la loro lingua.
Maria è un anno più piccola di me, non è di Zibo, ma di Xi’an, la vecchia capitale ad Ovest. Maria è timida, riservata ma ama molto i suoi studenti e si impegna tanto per farli imparare un po’ di italiano.
Salvatore è un cinese un po’ alto della media. Dell’ Italia ama i bei vestiti, il cibo, le donne e la bella vita. Ogni volta che vede una persona gli chiede innanzi tutto quanto ha pagato le scarpe, la giacca o i pantaloni.
E’ simpatico, spaccone e compagnone. E’ in pratica un Vitellone cinese.
Anche agli studenti, il mio primo giorno di lezione, hanno voluto scegliere un nome alla lavagna.
Io ho scritto una cinquantina di nomi italiani, in ordine alfabetico sulla lavagna e loro hanno scelto. Ho cercato di scrivere nomi dei miei amici, ma non sempre li hanno scelti.
In particolare tutti hanno evitato come la peste il nome di Fabio. Ma non riuscivo a capire perché. Quando l’ho chiesto hanno cominciato a ridere tutti come matti.
Mi spiegano che FABIO in cinese significa essere matto, pazzo. Il che non mi suona tanto improbabile….
Insegnando ogni giorno, cerco sempre di tenere alta l’attenzione degli studenti, scherzando e giocando con loro. Alcune episodi ormai fanno parte dei miei ricordi divertenti.
Un giorno stavamo giocando al gioco dei mimi coi verbi. Metto uno studente con la lavagna alle spalle, scrivo un verbo, ed i suoi compagni di squadra devono mimare il verbo, e lui indovinare.
Ad un certo punto scrivo il verbo “pensare”. I ragazzi non se lo ricordano ma provano a sforzarsi di ricordare battendo le mani sulla testa ed assumendo una posizione di sforzo mentale. Lo studente indovina il verbo!
Io, essendo l’unico ad aver capito la situazione, ho le convulsioni dalle risate, anche se loro non capiscono perchè .
Un altro giorno, mentre parlavamo di cinema, cercavo loro di spiegare cosa significasse la parola “attore“. Uno studente diligente cercava di starmi dietro andando a vedere le parole sul vocabolario. Ad un certo punto sparo una sfilza di nomi di attori per farmi capire, ma non ne conoscono nessuno.
Johnny Deep! Facce basite.
Sean Connery! Niente.
Brad Pitt! Niente.
Poi mi viene in mente l’idolo che vedo ovunque e che sponsorizza metà dei prodotti cinesi: Jackie Chan! Ma solo uno studente capisce e mi dice che in realtà il suo vero nome è Chan Kong-Sang.
Alla fine tutti capiscono ma lo studente col vocabolario è ancora intento a cercare agitato. Gli chiedo che cosa no trova.
Lui mi risponde che non riesce a trovare BRAD PITT!
Infine un episodio che rimanda alle mie tragedie in giro per il mondo.
Tra i libri di testo, i miei ragazzi hanno anche un libro visuale pieno di figure divise per categorie. Dal cibo, ai vestiti, dell’arredamento per la casa alle professioni.
Per imparare nuove parole e ad usarle, li facevo inventare delle frasi utilizzando gli oggetti in una pagina a caso sul libro.
Ad un certo punto capita la pagina dell’arredamento per bagno. Dopo alcune frasi alcuni studenti cominciano a borbottare stupiti. Mi indicano un oggetto sul libro, una cosa mai vista prima.
E’ stata dura spiegargli che cosa sia un bidet!
Prima ero molto più indifferente verso gli aspetti tradizionali del mio paese. Ero partito con l’idea di non volermi sentire italiano, ma terrestre, come si dice, cittadino del mondo.
Invece man mano che insegno tradizioni, geografia, cucina e la bellezza della espressività della lingua italiana, sto imparando ad amare un po’ di più l’Italia insegnandola ai cinesi.













Recent Comments