Tutte le foto del tour in Est Mongolia le

trovate qui(prima parte),

e qui(seconda parte).

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Il quinto giorno visitiamo la prima città della Mongolia, da quando abbiamo lasciato Ulaanl Bataar, un  villaggio di nome Binder.

Lungo la strada però ci fermiamo ad ammirare degli antichi dolmen di pietra, chiamati Deer Stones, che prendono il nome dalle numerose incisioni raffiguranti cervi che spesso compaiono oltre ad altre iscrizioni e raffigurazioni.

Arrivati a Binder, essendo la prima cittadina oltre alla capitale che vedo, appena sceso da Boris, rimango affascinato da questo strano scenario da vecchio west.

In confronto UB è New York City.

Binder

Una strada di terra polverosa e pozzanghere è la via principale. Sui lati della strada i negozietti in prefabbricati o in cubi di tufo, legno e cemento. Nessun edificio è alto più di un piano. Tutto intorno le baraccopoli di Ger recintate da staccionate di legno e lamiera, copertoni usati, filo di ferro e plastica. Sopra di noi un cielo che ti ricorda quanto sia inutile fermarsi a lungo in un solo posto.

Le nostre guide entrano in uno dei negozietti per fare provviste di pane e, finalmente,  anche un po’ di carne.

Decido che dopo 5 giorni di acqua mi merito un succo di frutta e provo a sceglierne uno tra gli scaffali polverosi di una bottega.

Quando apro la bottiglia in strada scopro con disappunto che il mio succo è gasato, ma non ne faccio una tragedia, almeno fino a quando non provo a sorseggiarlo e allora un profondo senso di vomito e disgusto attraversa tutto il mio corpo, dallo stomaco fino al cervello.

Non so se avete mai avuto l’esperienza di bere una bibita gassata scaduta, ma penso che sia molto vicino a bere la candeggina. Ho imparato una nuova lezione, che in questi negozietti sperduti c’è molta roba scaduta sugli scaffali e bisogna stare attenti a cosa si compra.

Non saprò mai se il sapore acido e disgustoso fosse dovuto al fatto che la bibita fosse scaduta oppure agli strani e forti gusti dei mongoli, perché non ho mai più osato comprare di nuovo quella bibita, la cui etichetta è rimasta stampata indelebile nella mia mente.

Mentre attendiamo che Dauka e Ulzir finiscano di fare provviste,  ci sgranchiamo un po’ le gambe camminando lungo la strada.

Poche decine di abitanti scorazzano avanti e indietro su vecchi motori russi Planeta coi sedili rifoderati con tappeti persiani, oppure rimangono seduti sulla soglia delle botteghe fissandoci senza troppa curiosità.

Una allegra signora ci avvicina tutta sorridente. Quando arriva Dauka, confabula un po’ con lei che alla fine ci riferisce il desiderio della signora di invitarci a casa sua per un thè.

Tutti siamo eccitatissimi per questa inattesa e calorosa dimostrazione di ospitalità. Finalmente avremo occasione di sperimentare la leggendaria ospitalità mongola.

Saliamo a bordo di Boris con la signora, e dopo esserci allontanati di un paio di centinaia di metri dalla strada principale,  arriviamo a casa sua.

Come i suoi vicini, la signora vive in una baracca,  con un giardino di polvere e calcinacci, circondato da uno steccato. A lato la onnipresente latrina, che sorge proprio accanto ad una baracca un po’ più grande, dove producono del pane in casa. Vista la vicinanza alla toilette, non mi sogno nemmeno di chiedere la ricetta!

Una volta accomodati nello spazio angusto della baracca, la signora si affretta a versarci il classico thè con latte salato che sembra essere sempre sul fuoco, insieme al formaggio duro e rancido ormai familiare alla nostra vista, ma alla larga dal nostro palato.

Su una mensola noto una quantità eccessiva di corni di mucca, decorati con pezzi di carta colorate in modo da dare al corno l’aspetto di un pesce. Anche se mi colpisce il numero elevato di questi manufatti, non riesco a darmene una spiegazione.

Non appena tutti noi abbiamo preso un sorso di thè, ecco che scatta la trappola. Dauka, che secondo me sapeva già tutto, ci dice che la signora vorrebbe venderci i suoi souvenir, i bruttissimi pesci appunti, e tira fuori da sotto il letto, una vecchia valigia di cartone piena di dozzine di artefatti.

La nostra delusione è grande perchè ancora una volta ci sentiamo traditi da questa proverbiale ospitalità che sembra esistere solo sulla maledettissima Lonely Planet (per chi non l’avesse capito io odio le Lonely Planet, ma un giorno spiegherò meglio il perchè).

Non solo perché arrabbiati per l’inganno, e neanche perché i corno-pesci fossero bruttissimi, ma soprattutto perché nessuno di noi viaggiando, aveva posto per portarsi appresso dei souvenirs così ingombranti che non ne volevamo sapere di comprarne.

Clare, mossa a compassione e notato il luccichìo negli occhi di Ulzir e di Dauka mentre ammiravano i pesci, il cui cattivo gusto sembrava non essere percepito dallo strano senso del bello dei mongoli,  decide di comprarne uno a testa per le nostre guide, togliendoci tutti dall’imbarazzo della situazione.

Ci rimettiamo in viaggio verso le rive del fiume Onon, lungo le quali Holeun partorì Temujin, il futuro imperatore del mondo.

Ci accampiamo mentre il sole sta tramontando e provo a passeggiare un po’ nei dintorni.

Per quanto la gita sia divertente ed anche la compagnia ha preso una bella piega, sento una forte insofferenza nello stare chiuso la maggior parte del tempo nel furgoncino mentre davanti ci passano paesaggi stupendi. Mi piacerebbe camminare di più e sobbalzare di meno.

Tanto più che per me lo stare nel furgoncino è solo una continua lotta per non vomitare, mentre altre persone riescono invece anche a dormire, o Candy addirittura a leggere un libro (con mia somma invidia!), mentre Carl sembra essere felice di stare seduto ad ammirare il panorama sobbalzante con una birra tiepida in mano.

Il giorno dopo per venire incontro alle mie esigenze, ma anche a quelle di  Clare e Sebastian, decidiamo di fare un bel tratto di strada a piedi, mentre Ulzir e Boris ci aspettano fino al guado sul fiume.

Questa è la parte migliore della Mongolia per passeggiare e rilassarsi al verde, il paesaggio è dolce ed accogliente.

Passiamo così una bellissima mattinata sotto il sole, camminando tra le colline che circondano il letto del fiume.

Io, Clare, Sebastian e Eileen decidiamo di continuare a camminare anche dopo il guado fino all’ennesimo Ovo (importantissimo a detta di Dauka, come tutti gli atri duecentomila in Mongolia!), dove ci incontriamo per il pranzo.

Nel pomeriggio ci avviamo verso l’ Onon Balj Basil National Park, vicinoil villagio Dadal, la nostra ultima tappa nelle verdi e rigogliose praterie del nord.

La sera ci accampiamo finalmente in una Ger. In questa parte di Mongolia non abbiamo sofferto tanto il freddo, ma il caldo tepore della stufa della Ger ci mette tutti di buon umore.

Durante la cena, una signora si avvicina al nostro Boris e confabula con Dauka. Dauka si volta e ci chiede se vogliamo andare a prendere un thè a casa sua. Ognuno di noi bestemmia nella propria lingua natìa, ma poi a Dauka, in semplice inglese diciamo “no, thanks!“.

Il giorno dopo andiamo in un vicino maneggio, dove finalmente riusciamo ad avere la nostra prima esperienza sui cavalli mongoli.

Clare, che è appassionata di cavalli, vuole precisare che non si tratta di cavalli ma di ponies. E’ vero che i cavalli mongoli sono molto bassi, ma io di solito mi immagino i ponies come quei piccoli cavallini sui quali i bambini fanno il giro della piazza, mentre sono ufficialmente considerati pony tutti i cavalli al di sotto dei 152 cm. E questi, anche se  di poco, lo sono.

Infatti noto subito la facilità con la quale riesco a salire in groppa. Siamo fortunati perché in questa fattoria i cavalli sono abbastanza giovani ed in forza, e non si lasciano pregare due volte prima di andare al galoppo.

Così anche se Dauka spaventatissima ci raccomanda di non fare foto e di non andare al galoppo, dopo una decina di minuti ci sguinzagliamo lungo i verdi rilievi del parco, alla ricerca dell’ennesimo cumulo di pietre che indica il luogo della nascita di Temujin (figurati!).

Non ho molta esperienza coi cavalli, ma in poco tempo riesco a trovare la destrezza necessaria per poterlo governare. La sensazione di libertà e che provo mentre i muscoli del mio cavallo in tensione pompano sangue e potenza mi dà un senso di onnipotenza.

A parte una lunga in passeggiata in Patagonia, dove appunto i cavalli camminavano al passo seguendo la guida e fregandosene dei nostri comandi, è la prima volta in vita mia che veramente dirigo e galoppo un cavallo, e  mi sembra così naturale che vorrei farlo per sempre.

L’unico ostacolo al mio desiderio equestre è la sella. Sono stato fortunato perchè quella che mi è capitata è da turisti, con un cuscino di pelle imbottito.

Mentre questi pazzi dei mongoli cavalcano su delle selle fatte di puro legno, al massimo coperte da un pò di stoffa ornamentale ma sottile che non smorza la durezza del legno.

Quando il cavallo va al trotto è il momento peggiore, se la sella non è comodissima  e le tue mutande ben strette, è quello il momento in cui desideri di essere donna.

Ormai ho instaurato una stretta amicizia col mio animale, mi basta il comando “Ciuuuu Ciuuu” per farlo volare ed un leggero movimento delle briglie per direzionarlo. Data ormai la mia abitudine di dare nomi a tutte le cose e animali, decido di battezzarlo col nome di un mio amico di Bologna, Daniele, dato il suo colore marrone (lui sa perchè!).

Alla fine della cavalcata pranziamo con la famiglia che gestisce il maneggio con dei delizosi buz appena preparati da loro.

I buz sono uno dei piatti tipici dei mongoli, dei ravioli ripieni di carne, il solito manzo  che qui si mangia a pranzo, cena e certe volte anche a colazione.

Questi sono i primi che mangio e sono fantastici  perché la carne è fresca, e non c’è troppa cipolla;  li digerisco che è un piacere tanto che mi concedo una sessione di wrestling con Ulzir, che puntualmente mi butta per terra!

Il piccolo bambino che abitava con la sua famiglia, eccitato dal combattimento appena concluso, vuole anche lui sconfiggere lo straniero e, armatosi di coraggio comincia a prendermi a calci ed a tentare di sollevarmi. Ma la sua arma finale consiste nell’appendersi alla mia barba.

Questa stupenda cavalcata è stato l’ultimo addio alle verdi e rigogliose praterie del nord.

Il mattino seguente comincia la lunga traversata su Boris verso la desolata steppa del sud, che nonostante non sia verde e rigogliosa, dimostra un fascino persino maggiore.

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