Tutte le foto del tour in Est Mongolia le
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Il settimo giorno comincia il viaggio verso sud.
La nostra prossima destinazione è Baruum Urt, capitale della provincia di Sukhbataar, ma il viaggio dura un giorno e mezzo e quindi siamo costretti ad accamparci a metà strada.
Man mano che ci spostiamo verso sud, il paesaggio sfuma dal verde verso il marroncino della terra battuta e della sterpaglia.
Ormai le lunghe ore nel furgoncino Boris vengono scandite dalle soste pipì. Piano piano tutte le nostre malizie si sono scomparse, e non ci si preoccupa più di allontanarsi tanto per abbassarsi la zip. Persino le ragazze, data la sempre più scarsa disponibilità di cespugli, cominciano a non farsi troppi problemi e si limitano ad accovacciarsi dall’altro lato di Boris.
Guidare nel mezzo della Mongolia è qualcosa di completamente diverso da qualunque altra esperienza di guida nel resto del mondo.
Le strade non ci sono oppure ci sono tante tracce di terra battuta che si incrociano o viaggiano parallele per chilometri, come colpi di pennello astratti sulla terra.
Ulzir, pazientemente, sterza in continuazione per evitare fosse e pietre. Non può andare a velocità elevate ma prova a mantenersi sempre sopra gli 80 km/h. Questo significa che non appena vede un fosso o un dislivello improvviso, è costretto a brusche frenate, con grande gioia del mio stomaco.
Non ha una precisa idea di che strada percorrere, tutte sono buone e nessuna ci porterà a destinazione.
Ogni ora prova a scorgere qualche Ger in lontananza, poi sterza bruscamente per avvicinarsi all’accampamento per chiedere informazioni.
Gli accampamenti di Ger per tutta la steppa sembrano fatti in serie.
Di solito sono composti da due tende, una per i capifamiglia ed una per i figli e/o gli ospiti.
Come degli ornamenti tradizionali che paiono sempre essere stati lì, la parabola e il pannello solare sono presenti accanto ad ogni Ger della Mongolia.
Qualche anno fa, intrepidi commessi viaggiatori, percorrevano il vuoto tra una famiglia e l’altra per vendere a poco meno di mille euro il kit completo di parabola, pannello solare, televisione, inverter (per trasformare la corrente continua DC del pannello in corrente alternata AC che serve per alimentare tutti gli elettrodomestici) e batteria.
Anche l’interno è quasi uno standard in tutte le Ger. Al centro c’è la stufa nera che riesce in pochi minuti a riscaldare l’ambiente. Il comignolo spunta dal centro del tetto a cono della tenda.
I mongoli non hanno il letto matrimoniale, non dormono insieme. A sinistra c’è il letto del’uomo e a destra quello della moglie. I figli dormono con la madre o col padre finché sono piccoli, poi per terra quando diventano ingombranti, e in una nuova Ger quando sono sono adulti.
E’ difficile capire come si esprima l’amore e l’affetto in questo tipo di famiglie, ma è tutto molto pratico. Ognuno dorme per i fatti suoi, e quando il bisogno della carne chiama basta attraversare la camera, togliersi lo sfizio e poi tornare sul proprio letto senza rotture di scatole ulteriori!
Quando il tramonto si avvicina, ci accampiamo in un campo di grano dove un contadino sta pigramente accumulando con un forcone gli ultimi ciuffi di fieno.
Le notti diventano sempre più fredde, è il 21 Agosto, e da queste parti l’autunno arriva presto.
Ulzir deve affumicare la carne comprata il giorno prima per poterla conservare durante il viaggio. Qui si ci si presenta il classico problema energetico della mongolia. Se per la corrente elettrica hanno risolto col solare e con l’eolico, per il fuoco il legno non è di facile reperibilità, in una steppa dove trovi un albero ogni 10 dieci chilometri.
Ma la natura riserva un’altra efficace e naturale fonte di energia nella desolata steppa. Riserve di metano in praticissime confezioni monouso che la provvidenza rilascia in abbondanza sotto forma di cacca di vacca.
E’ inutile fare gli schizzinosi nel mezzo della Mongolia. Molte famiglie, lontane dai boschi e dalle verdi terre del Nord, mandano i figli giovani con un bastone appuntito, per infilzare ciofeche fino a riempire il grande cesto che potano sulle spalle.
La cacca di vacca dà calore ed energia per cucinare, è quindi essenziale nella vita della steppa.
Inoltre, contrariamente a quanto si possa pensare, quando è secca non puzza, nemmeno bruciandola.
Il giorno dopo lo passiamo sempre in furgoncino fino ad arrivare a destinazione.
Tra i tanti nomadi che incontriamo, molti sfrecciano per la steppa su quella che sembra essere la moto ufficiale della Mongolia, l’unica.
E’ la Izh Planeta, un vecchio trabiccolo russo di più di un secolo fa, rigorosamente rosso, con sedili foderati secondo i personalissimi gusti dei mongoli.
Nel mezzo del nulla, un nomade si fuma tranquillamente la sua sigeretta cinese seduto accanto alla sua Planeta.
Ulzir si ferma per chiedere indicazioni e fare le solite due chiacchiere di rito. Il mongolo non si scompone minimamente, e con pochi cenni e qualche monosillabo ci indica la strada per Baruum Urt.
In serata arriviamo in città.
In realtà sembra una di quelle città post olocausto nucleare alla Ken il guerriero, con appena due-tre cento metri di asfalto a formare un incrocio giusto nel centro.
Pensiamo che finalmente si dorma in una bella ed accogliente Ger, ma le subdole tecniche di Dauka e Ulzil per fare la cresta sul nostro budget, ci riservano delle sorprese.
Con la scusa di passare la serata con una famiglia mongola, andiamo a stare a casa del fratello del nostro autista, Ulzir.
Come tutte le persone del paese, vivono una Bidon-Ger, cioè una accampamento di due Ger con un cortile sporco e polveroso circondato da una staccionata di lamiera e legno, un cane pulcioso legato al cancello, una latrina da un lato e un cumulo di spazzatura dall’altro.
Noi ovviamente ci dobbiamo accampare al centro di tutto questo. Avevo capito, dico a Dauka, che almeno stanotte avremmo dormito nella Ger.
Lei dice che se vogliamo possiamo dormire in una delle due Ger, ma questo significa che il nipote di Ulzir e il cugino devono andare a dormire nell’altra Ger con i genitori e la nonna malata. Ovviamente non ribatto e provo a montare la tenda sul durissimo terreno battuto, distruggendo i miei picchetti.
Nel paese c’è un piccolo museo di storia naturale che le nostre guide non vedono l’ora di farci visitare.
Il museo è ospitato all’interno di una scuola elementare, ed è una agghiacciante e grottesca esposizione di animali impagliati.
L’ingresso è allegramente decorato con una tendina fatta di ossa di caviglie di pecore.
Mi accorgo che in realtà questi ossicini abbondano in questi villaggi del Sud, e se ne trovano per terra un po’ come le carte da Poker in UB.
Ed infatti vengono usate per un gioco chiamato Shagai.

Shagai
Le ossa vengono lanciate come dadi, ed in base a come cadono hanno quattro significati diversi. Pecora, Capra, Cammello e Cavallo.
Possono essere utilizzati per predire il futuro di una persona, oppure per giocare ad una specie di Subbuteo mongolo, dove con le dita del colpirne uno e centrarne altri.
La sera proviamo a cucinare tutti insieme con la famiglia di Ulzir i Khuushuur, anche questi come dei ravioli ripieni di carne di manzo, cipolla e spezie, ma a differenza dei Buuz che sono cucinati al vapore, questi sono fritti.
Per farli usiamo la carne che abbiamo affumicato la sera prima con il “metano naturale”.
Per la verità Sebastian e Clare sono i veri autori, mentre io mi sono limitato a documentare con la mia fotocamera (e al controllo qualità, una volta pronti i primi esemplari).
Nel frattempo Karl, Candy e Aileen si sono rifugiati nell’unico pub del villaggio dove festeggiano la ritrovata birra fresca.
La notte in questi villaggi è terribile: in ogni cortile c’è un cane lercio e depresso legato alla staccionata, che ulula nell’oscurità intonando un’ overture con centinaia di compagni per tutta la città. Dormire, impossibile.
Il giorno dopo, prima della partenza verso al nostra meta più a Sud, mentre Ulzir e Dauka spendono ancora del tempo con i propri familiari (si, Ulzir ci ha fatto fare tutto il giro dei parenti nel sud-est della Mongolia a spese nostre, e questa a Baruum Urt è solo la prima tappa di un lungo family tour), io e Clare rimaniamo a giocare col piccolo nipote.
Mi mostra fiero la sua bicicletta.
Un telaio senza copertone davanti e completamente sgonfia dietro, senza freni. Ma con tutto l’entusiasmo del mondo ci sale su e con enorme sforzo pedala per qualche metro; poi sorride e mi chiede di provarla. Inutile dire che non riesco nemmeno a muovermi perchè col mio peso il cerchione affonda e si pianta nel terreno.
Questo bambino felice e spensierato nella sporcizia è la versione squatter dei bambini che ho visto nella steppa.
Loro, nella steppa, li vedi sfrecciare su cavalli senza sella come ragazzini napoletani sui loro motorini truccati senza casco.
Ti guardano curiosi e poi ripartono verso l’orizzonte, mentre il moccolo al naso si congela per il freddo.
In tarda mattinata si parte verso Shiliin Bogd, la montagna sacra a pochi chilometri dal confine con la Cina.
Il piano è di arrivare ai piedi della montagna in serata, accamparsi e svegliarsi poco prima dell’alba per ammirare il sorgere del sole sulla sua vetta; uno dei tanti riti mongolo-buddisti legati alla bellezza e alla poesia della natura.
Attraversiamo le lande sempre più desolate verso la montagna sacra, dove il colore del terreno sfuma verso il grigio della polvere vulcanica, e l’orizzonte è frastagliato da numerosi rilevi isolati tra loro.
Il sole alle nostre spalle ci regala un tramonto stupendo che cerchiamo di catturare come forsennati agitando le nostre macchinette digitali con la mano fuori dal finestrino. Di fronte a noi, a levante, la montagna Shiliin Bogd, oltre la quale riapparirà il sole il giorno dopo.
All’alba ci arrampichiamo per una decina di minuti fino ai duemila metri della cima del monte dove si trova il grande Ovo. Infatti essendo tutta la Mongolia un altopiano, partiamo già da una altezza considerevole, e la scalata è breve.
Altre persone si sono raccolte in questa spettacolo, che ogni giorno il sole replica anche solo per una decina di persone.
Man mano che la luce aumenta riesco a distinguere i rilievi che interrompono la monotonia dell’altipiano mongolo.
Come avevo immaginato, sono crateri di vulcani estinti milioni di anni fa, che hanno contribuito alla creazione di questo splendido altopiano.
Lo spettacolo è surreale, una delle viste più belle della mia vita. Per un momento mi immagino un astronauta che ammira il sorgere del sole mentre proietta le lunghe ombra dei crateri che popolano la superficie lunare.
Ulzir e Dauka, come tutte le altre cerimonie, prendono seriamente anche questa. Vestiti con la loro Del rituale (la tipica veste mongola foderata di feltro e decorata da una cintura di cotone), si siedono in meditazione rivolti verso il sole.
Non appena il disco solare è completo, Ulzir si alza in piedi e urla verso il sole. Benchè il buddismo ancora non mi abbia ancora colpito particolarmente, l”emozione che provo sulla cima di questo piccolo spuntone di roccia, un vulcano sventrato come una mezzaluna, nel mezzo dell’immensa Asia, in bilico tra la Mongolia esterna e quella interna (che è parte della Cina) , mi regala un senso di vertigine e di potenza, il potere di avere la mia vita nelle mie mani.





















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