Tutte le foto del tour in Est Mongolia le

trovate qui(prima parte),

e qui(seconda parte).

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La nostra tappa successiva è sempre su di un monte, anche questo un vulcano estinto, anche questo sacro, anche questo con un Ovo in cima. Ma sembra che questo sia più sacro della media. Molte persone  vengono qui in pellegrinaggio.

Ai piedi della montagna, un piccolo villaggio, Daringaga, dove vivono altri parenti di Ulzir.

Qualche chilometro prima di arrivare nel centro urbano, ci fermiamo accanto vicino ad una statua di recente anche questa di recente realizzazione, in cemento. Un uomo, vestito come un cacciatore o un guerriero, è seduto davanti ad un piatto, con lo sguardo beffardo rivolto verso Sud, verso la Cina. E' Toroi-Bandi, conosciuto anche come il Robin Hood mongolo, che due secoli fa, rubava cavalli e beni ai ricchi dominatori manciuriani per distribuirli ai poveri mongoli del Gobi e della steppa.

Nel suo piatto le offerte di caramelle e altre schifezze in putrefazione  per la gioia di mosche grosse come una noce.

Una volta a Daringaga, entriamo nella casa dei parenti di Ulzir, dove Dauka comincia subito a cucinare il pranzo. Noi invece veniamo ospitati nel salotto, ma, dopo aver  salutato, ci lasciano soli e si stringono tutti in cucina lasciandoci nella stanza insieme ad una signora anziana distesa sull'unico divano.

Persino la signora ci ignora. 

Quindi veniamo lasciati anche stavolta in balìa di noi stessi: mentre Ulzir passa il proprio tempo con i suoi familiari, io provo a passeggiare per il villaggio. Qui di asfalto nemmeno l'ombra, è molto polverosa, ma sembra che ci sia meno spazzatura, sembra quasi pulita, a parte alcuni bambini che giocano tra le cacche di cavallo e le pozzanghere.

Io sono un po' irritato dalla fregatura che ci riservano le nostre guide, facendoci spendere tanto tempo in posti lerci, mentre attraversiamo abbastanza di fretta dei paesaggi meravigliosi.

Quando le nostre guide hanno fatto i loro comodi, dopo un abbondante pranzo, finalmente ci avviamo con la pancia fin troppo piena verso l' Altai Ovo. Sul monte dove si trova l' Ovo è vietato l'accesso alle donne, che invece devono camminare intorno alla montagna in senso orario.

Noi uomini invece saliamo sulla cima in meno di dieci minuti, ed il sospetto della legge discriminatoria che si insinua nella mia mentre trova ulteriori prove nelle numerose bottiglie vuote di vodka.

Il  posto non ha una gran vista, a parte quella divertente delle ragazze costrette a farsi il giro della montagna, ma poco dopo il nostro arrivo in cima, seguono un gruppo di giovani monaci buddisti col loro anziano maestro. Per loro niente vodka.

Appena ridiscesi risaliamo su Boris per dirigerci a ovest, sempre con il confine cinese alla nostra sinistra.

Finiamo anche qui in un villaggio,a ancora più piccolo, di nome Naran.

Figurarsi, anche qui ci tocca la fermata da un altro parente di Ulzir,  per fortuna di pochi minuti.

Suo cugino si è appena sposato ed infatti con la sua giovane moglie e il piccolo bambino hanno una Ger nuova di zecca, con tanto di numerosi elettrodomestici.

Se il mongolo della steppa sopravvive abbastanza serenamente con un po' di pastorizia e quello della capitale deve lavorare nel circuito urbano, come dipendente, o come libero imprenditore nella truffa turistica o nella rapina, mi chiedo come vivano queste persone che vivono in questi villaggi senza nemmeno animali e, figuriamoci, terre coltivate.

Non è chiaro, e nemmeno Ulzir riesce a spiegamelo. Sta di fatto che la tipica giornata di queste famiglie consiste nella moglie che rimane nella piccola Ger a badare ai bambini, a pulire e cucinare, e gli uomini che di solito si radunano vicino a qualche roccia per scolarsi la loro disgustosa vodka o grappa. 

La notte la passiamo in una fattoria qualche chilometro a sud di Naran.

Il fiume che scorreva vicino l' insediamento ha lasciato posto ad un piccolo canyon, mentre gli abitanti prelevano l'acqua rimanente da un corso d'acqua sotterraneo.

Noi come al solito montiamo la nostra tenda e ci arrotoliamo nei nostri sacchi a pelo.

In questa fattoria ci sono solo cavalli. Decine di cavalli selvaggi.

Il mattino seguente ci chiedono di assistere alla imbrigliamento dei cavalli selvaggi.

Questa è un' altra esperienza interessante.

Due uomini cercano di catturare un cavallo tra le decine all'interno di un recinto. Mentre uno li fa correre intorno spaventandoli, l'altro con un lungo lazo cerca di catturarne uno mentre gli passano davanti.

Quando riescono a catturare un cavallo, lo portano fuori dal  recinto, e gli altri uomini si avvicinano e gli legano una corda attorno al torace perchè il cavaliere si possa aggrappare ed un'altra corda per le briglie.

Un impavido cavaliere salta sulla groppa del cavallo selvaggio che comincia a saltare a divincolarsi per scalzare l'umano che per la prima volta porta sul suo dorso.

A quel punto è una gara di resistenza, il cavaliere deve resistere fino a  che il cavallo non si stanca e viene domato.

Arriva il nostro turno: cavalchiamo alcuni dei loro cavalli, già domati, ma ancora furiosi e selvaggi. Almeno il mio è di una forza spaventosa, ma la mia sella è terribilmente dura, e quando il cavallo trotta temo che non potrò avere più figli.

Ma quando  parto per il galoppo, scopro prima con terrore e poi con rande eccitazione, che il mio cavallo va almeno al doppio della velocità degli altri, il problema è rimanere attaccati alla sella, che è scomoda, piccola, così come le staffe troppo corte, ad altezza mongola insomma.

Alla fine della corsa, Ulzir mi dice che effetivamente il mio è un cavallo da corsa.

Dopo l'ennesimo pranzo abbondante a base di pasta e verdure (infatti io sono ingrassato notevolmente durante questo tour!), si riparte ancora verso Ovest per l'ultima notte tutti insieme.

Il giorno dopo arriveremo a Sainshand, dove Clare, Sebastian ed Aileen prenderanno il treno per ritornare ad Ulaan Bataar.

Ci accampiamo a metà strada vicino ad un accampamento di nomadi.

La steppa vulcanica cambia, costellata di numerosi sassi di basalto schiumoso, mi risveglia la passione per la geologia (mai alimenta per la verità) che è nata nel mio viaggio in Patagonia.

Spostandoci verso Ovest, si intravedono i primi bachi di sabbia, le prime piccole dune che Boris riesce ancora a superare senza troppe difficoltà, ingranando le quattro ruote motrici.

Ma il segno più evidente è il nostro primo cammello che i nostri vicini nomadi custodiscono accanto alla loro tenda. 

Io e gli altri che proseguiranno il viaggio, ho in programma un giro sul cammello una volta arrivati al deserto del Gobi. Ma per Clare, Sebastian e Aileen questa è l'ultima occasione.

Ulzir va quindi a contrattare con la famiglia nomade per farci cavalcare per qualche minuto il cammello e scattare qualche foto.

Il cammello e il suo strano verso, mi ricorda l'animale che Luke Skywalker cavalcava all'inizio dell' Impero colpisce ancora.

Nella sua bocca, un' impasto verde vegetale in putrefazione emette un tanfo insopportabile, ed anche la sua pelliccia non è da meno. 

Ma dopo due settimane in giro per la steppa la puzza non è più un grosso problema per noi  e così saliamo tra le comodissime due gobbe e facciamo un giretto con  Ulzir che tira la cordicella.

A differenza del cavallo, veloce e scomodissimo, il cammello è come una morbida ed accogliente poltrona mobile, un po' lenta ma perfetta se solo ci fosse il poggia bicchiere da un lato e un tavolino per pc sulla gobba anteriore.

La serata la passiamo in compagnia degli uomini della famiglia nostra vicina di accampamento che imbastiscono una serata a base di vodka, birra e lotta libera.

Io mi accontento di un solo lungo match con il loro campione in carica, piccolo, leggero, ma che alla fine riesce a scaraventarmi col sedere per terra, atterrandomi sul torace. Tossendo per più di un ora mi faccio bastare la lotta per la serata.

Karl invece e Ulzir invece, presi dalla euforia dell'alcol si impegnano in una serie di combattimenti tra loro e coi nostri ospiti.

Alla fine della serata, entrambi hanno fratture multiple al collo ed alla schiena, che renderanno molto doloroso persino il guidare per il povero Ulzir.

Il mattino seguente il dodicesimo giorno, arriviamo nella città di Sainshand. Un centro urbano con alcuni edifici in cemento ed un po' di asfalto.

Clare, che ha ancora 6 giorni prima di prendere il suo volo di ritorno in Irlanda, chiede se c'è la possibilità di rientrare ad UB qualche giorno più tardi.

Dauka ed Ulzir, si consultano con Bob, del golden gobi hostel, che ovviamente spara un'altra fregatura, chiedendo un prezzo non proprio sensato, ma che Clare accetta senza troppe storie (take it or leave it, come dice lei), rimanendo con noi per altri 4 giorni.

Spendiamo le ultime ore insieme a casa di una amica di Dauka, insieme ai giocattoli del loro bambino, e scattiamo una ultima foto del gruppo.

One Response to “Wild Wild East Mongolia – part 5”

  1. clare walsh says:

    I was reading your blog and thought you had me leaving a lot earlier than I did…I’ve another few days yet! Look forward to seeing the next stage…

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