Tutte le foto del tour in Est Mongolia le

trovate qui(prima parte),

e qui(seconda parte).

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Il mattino del sedicesimo giorno arriviamo nella città di Arvaikheer, dove aiutiamo Clare a salire su di uno sgangherato bus pieno di studenti di provincia già di  ritorno in capitale per il nuovo anno scolastico. Non è stato un momento particolarmente fortunato per Clare, che si ritrova a spintonarsi, col nostro aiuto, per sistemare il suo zaino tra decine di cartoni di provviste delle mamme e diverse taniche da 10 litri di Airag, il disgustoso drink dei nomadi della steppa, latte di cavalla fermentato. Poco alcolico ma molto rancido.

E’ sempre buona norma incellofanare ben bene il proprio zaino prima di caricarlo su uno di questi bus, perchè c’è sempre un’alta probabilità che una di queste taniche non sia ben chiusa e vada ad impregnare i vostri vestiti per sempre.

La distanza con la nostra ultima meta la copriamo in mezza giornata, dove arriviamo in un campo di Ger, a Sud del parco Khangai Nuruu, dove ci sono i famosi otto laghi.

Questo è uno dei posti più visitati dai turisti, ma per fortuna siamo alla fine della stagione turistica, quindi non troviamo molta altra gente in giro per la valle, e siamo i soli ospiti della nostra famiglia.

La sera finalmente lasciamo Boris per i successivi 5 giorni, ed è un grande sollievo per me.

Appena posati i nostri zaini nella Ger, prendo il mio lettore mp3, e comincio a correre verso le colline circostanti per ammirare il tramonto.

Ho una  specie di crollo emotivo, rigetto musicale per l’orribile musica pop mongola inflittaci dal nostro autista Ulzir e lo spazio ristretto del furgone. Il tutto rafforzato dall’improvvisa assenza di Clare, di cui sento la mancanza  più di quanto mi aspettassi.

Il fatto è che siamo passati da una situazione di 6 persone ad una di 4 e poi subito 3 e fuori dal furgone in un tempo molto veloce, senza i dovuti tempi decompressione.

Un forte senso di nausea provocato dalle orribile musica di Ulzir viene lavato via dolcemente da Battisti, Rino Gaetano, Capossela, Fossati, e poi anche i Coldplay, gli Album Leaf.

E quella antica e familiare sensazione di tristezza e felicità, nostalgia e ambizione che riaffiora ogni tanto nella mia vita, mi coccola sulla cima della collina mentre il cielo diventa velocemente sempre più scuro.

Il giorno dopo finalmente si parte per un po’ di sano trekking lungo il tragitto degli 8 laghi. Ulzir porta il nostro Boris alla fine del tragitto e lo incontreremo solo dopo tre giorni. Noi ci incamminiamo in compagnia di due mongoli a cavallo che trasportano l’equipaggiamento.

Ad un certo punto i nostri accompagnatori decidono di fermarsi per dare caccia alle marmotte, di cui sono golosissimi, utilizzando un vecchissimo fucile russo.

La carne di marmotta, non so perchè, è pericolosa, e ci siamo sentiti spesso raccontare di gente morta per averne mangiato.

In serata ci accampiamo sulle rive del secondo lago. Fa veramente freddo e ceniamo a base di Hoshoor, dei panzerotti fritti con il solito ripieno di manzo e cipolla, che Ulzir e Dauka hanno preparato prima della partenza.

Non so se per il freddo preso allo stomaco, o per qualcosa che non andava nei panzerotti, ma la notte non chiudo occhio poichè non riesco a digerire nulla, ed esco più volte a vomitare.

Il mattino dopo mi sento distrutto, senza forze per la lunga camminata del giorno prima e la notte in bianco. Abbiamo un altro giorno di cammino, ma riesco a malapena a camminare e rimango sempre un po’ indietro rispetto al resto del gruppo. L’intera giornata risulta una tortura.

Dopo aver visto tutti gli otto laghi, arriviamo finalmente alla nostra meta, dopo aver attraversato una vasta pianura ricoperta di grigia cenere vulcanica.

Ormai la mia macchina fotografica non riesce più a funzionare bene, poichè il meccanismo di estrazione dell’obbiettivo è quasi inceppato da tutta la sabbia del deserto del Gobi, e quindi le foto sono sempre più scarse.

I mongoli che ci ospitano oltre a vivere dei turisti di passaggio, sono dei pastori ed hanno numerose capre. E’ un po’ triste vedere invece come viene gestito lo smaltiimento dei rifiuti, un po’ in tutta la Mongolia. Qui fanno un buco proprio a pochi metri dalle tende e lo riempiono di materiale non proprio organico  fino a ricoprirlo di terra  una volta riempito.

La notte la passo meglio stavolta, anche perchè sono così distrutto che crollo a dormire fin dalle 6 del pomeriggio per tutta la notte. Ma viene il turno di Candy, che ha gli stessi miei sintomi: tremore, vomito e stanchezza.

Il giorno dopo io mi sento benissimo ma la povera Candy no. Nonostante tutto se la sente di cavalcare il suo cavallo per la cavalcata che ci aspetta lungo l’utlimo pezzo del percorso.

Le noste guide mongole si presentano con tre ronzini ultracenternari, le solite fregature da turisti (e del golden gobi!) che non ne vogliono sapere di andare oltre il passo.

Ad ogni modo è molto piacevole farsi coccolare dall’andatura del cavallo ed io sono sempre più convinto che vorrei fare un esperienza prolungata in Mongolia sulla groppa di queste meravigliose bestie, magari una più giovane e disposta a sopportare il mio peso.

A metà strada troviamo un altro gruppo di turisti del Golden Gobi, con un ragazzo americano anche lui fuori combattimento, Javier. Loro hanno cominciato da circa una settimana provenendo in direzione opposta, da Nord, e lui ha cominciato a star male sin dal primo giorno, per qualche allergia a qualcosa che ha mangiato, ed ancora non si è ripreso del tutto.

Javier decide di unirsi a noi lungo la strada del ritorno. Sale sul furgoncino con Candy per l’ultimo pezzo di strada, mentre io e Karl, con Dauka e la nostra guida, proseguiamo cercando inutilmente di costringere al galoppo i nostri ronzini, ormai ad un passo dal diventare salsicce.

In serata arriviamo a quella che è veramente l’ultima tappa all’aria  aperta di questa lunghissima avventura.

Un accampamento vicino un fiume risalendo il quale si può ammirare una piccola ma interssante cascata, che completa il quadro delle meraviglie naturali di questo incredibile paese.

Passiamo un giorno e mezzo in questa bellissima oasi, ed io mi perdo in lunghe camminate lungo il fiume, ad ascoltare l’audiolibro della Coscienza di Zeno, calpestando un sottile strato di erba cresciuta sulla cenere vulcanica e circondato da piccole colline ai bordi del letto del fiume.

La voce calda del narratore Roberto Pedicini, mi avvolge meglio di una giacca a vento. E’ una sensazione incredibilmente piacevole, quella di ascoltare una storia così interessante mentre si cammina in un paesaggio senza fiato.

Il giorno dopo ritorniamo dentro il vecchio Boris in direzione Nord, per trascorrere l’ultima notte a Harhorin, l’antica capitale dell’impero mongolo, ad un centinaio di chilometri dal Ulaan Bataar.

Lì ci aspetta Sebastian, che non ha potuto compiere tutta il giro insieme a noi proprio perchè doveva tornare al suo lavoro di volontariato presso un campo archeologico nei dintorni della città.

Nel tragitto ho la possibilità di conoscere Javier, il nostro nuovo acquisto, che comunque si sente già meglio. Come molte altra gente conosciuta nei miei due mesi in Mongolia, anche lui è arrivato nel centro dell’Asia attraverso un trabiccolo acquistato in Europa, ed attraversando numerosi stati non sempre molto accogliente con le macchine straniere, secondo lo spirito del Mongol Rally. Una competizione a scopo benefico che coinvolge pazzi di tutto il mondo che a suon di mazzette alle polizie dell’Asia centrale e di perquisizioni corporali, cercano di raggiungere la capitale mongola in un tempo ragionevole.

Tra le tante cose interessanti di cui mi parla, vengo illuminato su un altro tipo di competizione che sono felice di riportare su questo blog, Il Big Lebowski competition. Si tratta di passare una piacevole serata tra amici, guardando il famoso film dei fratelli Coen e cercando di bere white russian, whysky e fumare spinelli, ogni volta che viene fatto nel film.

In serata arriviamo a Harhorin, la vecchia capitale, di cui non resta altra traccia che l’antico tempio buddhista, risparmiato in parte alla furia della distruzione sovietica.

Ma il tempo è tiranno, e il programma prevede party selvaggio a base di birra e musica mongola nella nostra Ger di periferia, con Sebastian che si unisce a noi per l’occasione.

Un vecchietto entra nella nostra tenda e ci propone uno spettacolo di musica mongola ad un prezzo non proprio mongolo. Dopo aver contrattato parecchio, assistiamo al suo spettacolo in cui suona diversi strumenti tradizionali, fino ad eseguire alcuni pezzi usando la famosa tecnica di canto con la gola.

Il peggiore è un imarazzante “O sole mio” suonato con una specie di violino stonato, alla faccia della tradizione!

Ma la parte più divertente è, quando ormai tutti mezzi brilli cominciamo ad maneggiare noncuranti i vari strumenti.

Poi scatta le vera e propria discoteca di fine gita, mentre ci si esibisce a colpi di ballo, di wrestling e lapdance.

Solo che ci si dimentica che il palo in questione è il comignolo dalla stufa, ed in quanto tale bollente. Vi lascio immaginare la scena!

Il giorno dopo, con la testa indolenzita dall’ Hangover, sonnecchiamo come zombie dentro la pancia di Boris lungo gli ultimi chilometri verso la capitale.

Il cerchio si chiude.

One Response to “Wild Wild East Mongolia – part 7”

  1. Clare Walsh says:

    The chapter on Mongolia closes. Reading your stories brings back lots of good memories. Keep up the writing!

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