Una cosa sulla quale ho cominciato a riflettere in questi giorni è la bellezza delle incognite che ogni incontro ti riserva.
Quando incontri qualcuno, non sai mai se sarà per soli cinque minuti, se andrai a mangiare qualcosa insieme, se farai una gita insieme per diversi giorni o se lo reincontrerai da una altra parte del mondo.
Prima di avventurarmi sulla Grande Muraglia, aspettavo l’arrivo Curt dalla Mongolia. Aveva il biglietto per il treno una settimana dopo di me. Non ci siamo scambiati ne email ne numeri di telefono, ma solo il contatto di Facebook.
Giorni prima ci siamo dati appuntamento fuori dalla stazione.
Quando arrivo in stazione, con un po’ di anticipo, mi preoccupo perché forse avrei dovuto dare indicazioni più precise a Curt. Passa l’ora dell’arrivo del suo treno e niente. Passa mezz’ora. Passa un’ora. Di Curt nemmeno l’ombra.
Comincio ad avere dei dubbi. Questa sembra la stessa stazione alla quale sono arrivato la settimana prima, ma non proprio. Provo a chiedere ad un poliziotto che di inglese ovviamente nemmeno una parola. Gli indico sulla mappa dove voglio arrivare, e lui mi dice che devo prendere un altro autobus. Sono alla stazione sbagliata.
Eppure è cosi simile, all’esterno. Quando arrivo alla vera stazione centrale, sono ormai passate due ore dall’arrivo di Curt.
Me ne ritorno all’ostello cercando di contattarlo via Facebook. Ma il social network qui in Cina è stato bloccato qualche mese prima, in occasione degli scontri nello Xinjiang nella zona occidentale della Cina, dove la minoranza musulmana ha tentato la rivolta contro il governo centrale, soffocata nel sangue.
Fino a qualche giorno prima, sono riuscito ad usare diversi programmi per bypassare i filtri del Great Firewall cinese. Purtroppo, in occasione della festa nazionale il governo ha intensificato i filtri, bloccando quasi tutto, per stare tranquilli.
In seguito ne ho scoperto la ragione. Un gruppo di intellettuali cinesi, aveva intenzione di pubblicare il manifesto sulla libertà di espressione proprio in occasione della festa nazionale del primo Ottobre.
In ostello conosco anche un simpatico italoargentino in viaggio per la Mongolia a cui ho la fortuna di dare i miei dannati Tugrug mongoli in cambio di Yuan cinesi, che sono ben contento di sbarazzarmi ad un cambio per lui vantaggioso.
Poi provo disperatamente a recuperare la mail di Curt e ci riesco grazie ad un amica in Europa a cui passo i miei dati per il login di Facebook. Mando una mail a Curt con i dettagli del mio ostello, sperando che la legga.
Nel mentre nella saletta internet dell’ostello faccio la conoscenza di due tipi simpatici. Raul e Jeff. Entrambi lavorano come insegnanti madrelingua in Corea del Sud. Raul è spagnolo e Jeff americano.
Ci scambiamo qualche consiglio sulla gita sulla Grande Muraglia, e decidiamo di andarci insieme, sperando che Curt si unisca a noi, come avevo sperato. Mi propongono di spendere la serata insieme a fare un giro senza meta per la capitale. Nel mentre ho l’opportunità di conoscere meglio i miei due nuovi compagni.
Raul è un ragazzo tranquillo che sta approfittando di un progetto di collaborazione tra il governo spagnolo e quello (sud)coreano per lo scambio delle lingue, facendo l’esperienza di lavorare come insegnante per un paio di anni.
Jeff è un personaggio da film americano. Mi parla delle donne cinesi, di come siano splendide e del fascino che subiscono dall’uomo occidentale.
“Vedi Sergio, mi dice, la cina è come un enorme All You Can Eat. Poi mi spiega tutte le sue teorie sulle donne. Anche in ostello se c’è una donna nelle vicinanze non perde tempo e comincia ad attaccare bottone. Io e Raul proviamo dapprima a parlare dei fatti nostri, ma poi non possiamo fare a meno di ascoltare tutte le incredibili stupidaggini che Jeff è in grado di dire pur di attaccare bottone.
Quando si avvicina a noi, attirato dalle nostre risate gli chiedo se lui si ascolta mai quando parla alle ragazze.
Passiamo una serata divertente, ceniamo con l’ Hot Pot ed andiamo in giro tra gli Hutong a bordo di un risciò a motore.
Riesco finalmente a vedere le bancarelle che vendono scorpioni, vermi e cavallucci marini infilzati su bastoncini ancora vivi e poi fritti al momento dopo essere stati immersi in una gustosa pastella.
Non ho bisogno di provare in prima persona quanto queste prelibatezze siano buone, mi fido della parola dei commercianti, tanto più che non vedo una sola persona, cinese o turista che sia, osare di comprarne uno. Piuttosto mi faccio un sorso del mio dessert preferito, un buonissimo yogurt che qui a Beijing si vende in piccole giare di terracotta, e che quindi bisogna riconsegnare.
La sera torniamo in ostello, Curt non mi ha chiamato e me ne vado a letto, ma mentre mi avvio per i corridoi incontro i biondi dreadlock di Curt che abbraccio per l’improvvisa gioia.
Riusciamo cosi ad organizzare la nostra gita sulla Grande Muraglia, io, Curt, Raul e Jeff.
Decidiamo di evitare accuratamente Badaling, la parte più turistica ed agevole della muraglia, ed anche la più vicina da Beijing, che proprio in questi giorni di festa nazionale sarà brulicante di cinesi. Ci convinciamo invece ad andare un po’ più lontano per percorrere un tratto più lungo, più impegnativo, e forse anche più spettacolare, quello che va da Jinshanling a Simatai.
Le versioni sono discordanti. C’è chi dice che ci vogliono due giorni, chi otto ore, chi quattro.
Evitiamo ogni tour che ci viene proposto, sia per una questione economica, ma anche perché poi saremmo costretti a rispettare le tempistiche strette solite dei tour organizzati.
L’ enorme serpente di pietre che segue la cresta dei monti è considerata una delle opere più imponenti dell’umanità, lungo migliaia di chilometri. Fu costruita un po’ alla volta nel corso di duemila anni, fin dal 200 A.C. Nella folle mente megalomane degli imperatori cinesi, si sperava di poter contenere le orde degli invasori, in particolare dei Mongoli.
Faccio fatica a capire come si possa circondare in modo sicuro un territorio così vasto, ed infatti l’opera oltre a glorificare la maestosità degli imperatori serviva a ben poco. I Mongoli in un modo o nell’altro riuscivano a trovare il punto giusto per passare senza grandi sforzi.
Lungo questo bellissimo pezzo di storia, mentre osservo la maestosa opera millenaria dell’uomo serpeggiare sul filo delle cresta delle catene montuose, non posso fare a meno di pensare all’episodio di South Park, quando il cinese urla dalla muraglia, “Andate via, mongoli del cazzo!”
Questa parte della muraglia non è in perfette condizioni ed in molti punti bisogna stare attenti a dove si mettono i piedi, quasi arrampicarsi su gradini molto alti e ripidi, o evitare mattoni pericolanti. A questo aggiungete l’incessante seccatura dei venditori ambulanti che ti rifilano t-shirt e souvenirs vari.
Ad ogni modo il percorso non è così lungo e impegnativo come volevano farci credere e nel giro di una oretta maciniamo più della metà del tratto stabilito.
La muraglia è intervallata da torri di vedetta, molte delle quali non sono conservate in buone condizioni.
Ad un certo punto arriviamo in una di queste torri, ma dall’altro lato non c’è più il muro, perlomeno non la larga costruzione che abbiamo percorso finora. Invece c’è un muretto strettissimo un po’ sulla destra.
Ci sembra strano che si possa continuare su questa via, non sembra molto agevole, ma nemmeno impossibile. Inoltre vediamo davanti a noi, in lontanaza altre persone che hanno già superato questo punto, anche se non sappiamo come.
Raul è davanti a me a Curt, Jeff è rimasto un po’ indietro. Anche se perplessi, ci convinciamo che quella è l’unica via. Raul è il meno convinto ma è già in posizione per saltare, si gira ancora un attimo verso di noi in cerca della nostra approvazione, e noi “si, vai, vai tranquillo…“
Ma Raul non riesce ad atterrare sul muretto, scivola sul terreno laterale e sbatte col braccio sul muro e poi anche per terra. Per un attimo lo vedo scivolare giù verso la valle, ma per fortuna si arresta dopo pochi centimetri. Nonostante la caduta non sembra si sia fatto niente, ma subito ci urla spaventato che non sente più il braccio.
Il suo braccio destro gli penzola senza vita ma non ci sono segni esterni della frattura, a parte la forma non più anatomica del suo bicipite a tesimonianza delle ossa fuori posto.
Solo in quel momento ci accorgiamo che prima della torre di vedetta c’era un sentiero che ci passava lateralmente al muro perché vediamo Jeff ed altri turisti che si avvicinano Raul venendo da quella direzione.
La situazione sembra piuttosto complicata. Siamo nel bel mezzo dei due accessi Jinshanling e Simatai, entrambi troppo lontani da percorrere in quelle condizioni. Non sappiamo nemmeno quanto sia grave, sebbene non ci sia alcuna emorragia esterna.
La collaborazione delle persone è stata fondamentale. Un ragazzo tedesco che parlava cinese chiede ad una delle numerose venditrici ambulanti (una di quelle che abbiamo scacciato come mosche fastidiose durante la nostra marcia) di accompagnarci, attraverso un sentiero, al punto più vicino della autostrada.
Noi avevamo il biglietto da visita del tassista che ci ha portato all’ingresso di Jinshanling, lo abbiamo chiamato e messo in contatto con la ambulante, in modo da darsi appuntamento.
Una signora con un po’ di esperienze di primo soccorso gli fascia il braccio, e Curt tira fuori la sua scatoletta di primo soccorso per somministrare a Raul degli antidolorifici. Gli americani hanno sempre degli antidolorici con loro. Io no. Non ci ho mai pensato. Forse dovrei imparare da loro.
Dopodichè è cominciata la discesa lungo un sentiero ripido e sdrucciolevole. Raul non è in grado di bilanciarsi con un solo braccio, che usa, tra l’altro, per tenere fermo quello rotto. Così noi lo teniamo in equilibrio mentre cerchiamo di scendere cautamente.
Sebbene non molto lunga, ci mettiamo un bel po’ per completare la discesa. Un volta nella valle, scopriamo che il nostro intrepido tassista non si è limitato ad aspettarci sul ciglio dell’autostrada, ma si avventurato tra i campi di pannocchie e le canne di bambù.
Una volta che ci sentiamo più al sicuro, la tensione cala così tanto che ci sorridiamo e facciamo foto per celebrare la riuscita dell’impresa, insieme alla nostra gentilissima guida che come tutti i cinesi non accetta in nessun modo il denaro offertole da Jeff , ma piuttosto gli vende a prezzo maggiorato, una quantità enorme di souvenirs, bacchette, cartoline.
Accanto al taxi, c’è un’altra signora, arrivata a piedi da chissà dove, che con tanto di cartellino al collo, ci chiede di pagare ( di nuovo ) l’ingresso per Simatai, poiché stavamo uscendo dall’altra parte. Noi dopo esserci consultati con un rapido sguardo la mandiamo gentilmente a quel paese!
Preghiamo il nostro tassista di portarci al più presto all’ospedale principale di Beijing. Ma non è così semplice. Dove ci lascia, non sembra essere proprio il principale. Nessuno parla inglese, tranne il giovane medico che spiccica qualche parole e, solo dopo averlo guardato in faccia, senza nemmeno una radiografia, ci dice che devono operare.
Noi siamo scandalizzati da una diagnosi così superficiale e inaspettata, visto che speravamo di cavarcela con una semplice ingessatura.
Se devono operare ci devono dare delle motivazioni più convincenti.
Così scappiamo letteralmente dall’ospedale e prendiamo un’altro taxi. Chiamo Coco, la mia amica cinese che lavora appunto in un grande ospedale della periferia, e mi faccio dare l’indirizzo.
Purtroppo anche lì non ci sono molte persone che parlano inglese e ci sono troppi passaggi di informazioni e telefonate per riuscire a capire veramente cosa devono fare. Ma per lo meno come prima cosa gli fanno una radiografia. A quel punto è chiaro a tutti che l’operazione è necessaria.
Ci danno anche l’indirizzo dell”ospedale giusto, la clinica per stranieri di Beijing, dove tutto lo staff parla in inglese. Di nuovo un’ altra corsa in taxi, di nuovo verso il centro.
Parliamo con un dottore in un inglese chiaro e semplice. Ci spiega la situazione. Bisogna ricomporre i tre pezzi in cui si è spezzata la parte superiore del braccio e poi restare in osservazione per almeno 5-6 giorni.
Un altro viaggio, questa volta alla clinica vera propria, veniamo accompagnati in ambulanza.
Arriviamo in ospedale che ormai sono le dieci di sera passate.
Raul viene messo in una stanza, e cerchiamo di capire se lo possono operare subito.
Il medico di turno ritiene che è meglio aspettare il mattino dopo, a quel punto anche noi siamo delle stesso avviso poichè non sembra molto sveglia, con gli occhi semi addormentati a giocare al solitario sul pc.
Tiriamo il fiato per lo spavento di non riuscire a capire dove e cosa fare, ma ora sembra tutto apposto. Un piccolo problema, vogliono essere pagati, in anticipo per il ricovero e l’operazione, poco più di tremila euro.
E’ l’una di notte.
Raul non se la sente di chiamare la assicurazione medica in Spagna, è troppo stanco, e comunque non pagherebbero mai in tempo.
Jeff prende la sua carta di credito e va alla cassa a pagare, col cassiere dell’ospedale che praticamente vive e dorme accanto al gabbiotto. La sua carta di credito non viene accettata, ma lo viene invece quella a debito, ricaricabile, che ovviamente non contiene tutti quei soldi.
Basterebbe una connessione internet per risolvere il problema, ma le infermiere negano l’esistenza di internet nell’ospedale, mentendo spudoratamente.
Allora proviamo ad usare tutte le nostre carte di credito, prepagate e bancomat per raggiungere la somma. Niente. Nessuna è abilitata qui in Cina.
E se non paghiamo adesso, non ci garantiscono che l’indomani mattina, come prima cosa lo operano.
Io ho con me il mio minipc portatile, che abbiamo preso quando siamo andati in ostello a prendere la roba di Raul.
Scendiamo in strada e un passo alla volta, come dei cyber rabdomanti, alle 3 di notte, al cento di Beijing, ci mettiamo a sniffare l’etere in cerca di una rete wireless da scroccare.
La scena è così buffa che non possiamo fare a meno di sganasciarci dalle risate, ebbri di stanchezza e fame.
Dopo diversi tentativi, e Curt che correva su e giù per le scale dell’ospedale per chiedere altri dati a Raul, riusciamo a stabilire una connessione stabile in modo da effettuare il passaggio di denaro sulla sua carta prepagata.
Andiamo tutti di corsa alla cassa, svegliando il cassiere che ormai ci conosce ed esultando all’esito positivo della transazione.
Rimbocchiamo le coperte al povero Raul e finalmente ce ne torniamo in ostello.
Per strada vediamo un Mc Donald, aperto 24h, nella zona commerciale di Xidan. Dopo una giornata del genere pensiamo di aver visto di tutto, ma la scena che ci si presenta è comunque surreale, tenendo conto delle nostre menti ormai annebbiate.
Decine di ragazzini cinesi, con la faccia spiaccicata sui tavoli asettici del McDonald ed una mano ancora che afferra una bibita o un milk shake, come fossero stati avvelenati.
In realtà poi pensiamo di capire il perché. E’ Domenica sera, siamo ancora nella settimana di festa nazionale, hanno fatto le ore piccole in centro ed ora aspettano la riapertura della metropolitana per tornare a casa, nell’unico posto aperto quest’ora.
Il giorno dopo, in tarda mattinata operano Raul, tutto sembra essere ok, anche se le lastre con tutti quei chiodi e ferri mi fanno un po’ impressione.
Si pone però un altro problema. Jeff e Raul sono venuti in Cina senza l’autorizzazione della loro scuola. Per paura della quarantena per l’H1N1, non volevano che venissero in Cina durante le vacanze. Due giorni dopo avrebbero dovuto prendere l’aereo per la Korea. Per Raul il problema non si pone, la salute è più importante del lavoro, e sarebbe rimasto in ospedale il tempo necessario per fare le cose nel migliore dei modi.
Ma Jeff non se la sentiva di lasciarlo da solo e nemmeno il povero Raul voleva essere inabile e senza aiuto in un paese così inaccessibile.
Sapendo che Jeff avrebbe seriamente rischiato di essere licenziato, allora mi offro io di rimanere a fare compagnia a Raul. Fino ad accompagnarlo in aeroporto dopo 5 giorni.
Sono sorpreso da quanto diano importanza a questo gesto i miei compagni di viaggio.
A me in fondo non costa nulla. Sono in vagabondaggio, non ho grandi piani e Beijing mi piace moltissimo, non mi dispiace rimanerci una settimana in più.
L’unico mio rammarico è dover lasciare andare Curt a scalare una montagna vicino alla vecchia capitale Xi’an, senza di me. Il suo visto scade molto prima del mio.
Questo episodio mi ha fatto pensare molto alla condizione di noi viaggiatori. Anche se a volta ci crediamo invincibili e indipendenti siamo soli, senza nessun appoggio, con amici e parenti a migliaia di chilometri di distanza.
Ma gli altri viaggiatori, quelli veri intendo, quelli con degli ideali, sono loro la nostra famiglia, i nostri migliori amici per un giorno, per un mese o per tutta la vita.
Ti fidi istintivamente di loro, fai di tutto per aiutarli, a volte anche se ci sono problemi di soldi. Per me questo è così istintivo, che non ci ho pensato finora.
Ma sono felice di fare qualcosa di buono, e questa incredibile avventura che si conclude per fortuna senza conseguenze troppo serie (a quanto mi dice Raul che è ancora in riabilitazione per il braccio), rimarrà per sempre il filo che unirà la nostra amicizia, l’amicizia di quattro scapestrati incontrati un giorno qualsiasi in un ostello qualsiasi di Beijing…




















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